SANTIAGO DEL CILE - Quelle di domani in Cile non sono semplici elezioni presidenziali. Al momento del voto ogni cittadino guarderà come è ovvio al futuro, ma si confronterà anche con un passato doloroso, con l'eredità del golpe e della dittatura. Di fronte, a contendersi la massima carica dello Stato, ci sono due donne, due figlie di generali dell'aeronautica che hanno alle spalle esperienze diametralmente opposte: l'ex presidente socialista e superfavorita Michelle Bachelet, il cui padre fu ucciso dalla regime di Augusto Pinochet, ed Evelyn Matthei, candidata del centrodestra, il cui padre fu invece ministro della giunta militare.

Bachelet, 62 anni, è già stata presidente dal 2006 al 2010, prima donna alla testa di un Paese sudamericano. Arriva all'appuntamento con le urne forte dei sondaggi che la danno in vantaggio di 30 punti. E spera ormai di strappare la vittoria al primo turno, senza dover attendere il ballottaggio. Secondo le ultime rilevazioni le mancano tre-quattro punti per superare il 50% e trasformare l'atteso ritorno alla guida del Cile, dopo tre anni come responsabile dell'agenzia Onu per le donne, in un trionfo di proporzioni storiche. Oltre che in una rivincita immediata del centrosinistra, sconfitto nel 2009 dalla "nuova destra" dell'imprenditore Sebastian Pinera, il presidente uscente.

Il Cile 40 anni dopo il golpe, un Paese prigioniero del suo passato

Matthei, anche lei sessantaduenne, ha militato in uno dei partiti che sostenevano il regime di Pinochet. Nel 1993 la sua candidatura alla presidenza naufragò per uno scandalo di intercettazioni telefoniche in cui fu coinvolta insieme a Pinera. Entrò comunque in Parlamento come senatrice e nel 2011 fu nominata ministro del Lavoro. Ora ritenta la scalata alla carica più alta, ma senza speranze. Fino a poche settimane fa sembrava certa di poter andare almeno al ballottaggio, anche se con poche chance di vittoria finale. Ma le divergenze interne all'Alianza, la coalizione di centrodestra che appoggia il governo di Pinera, e l'avanzata nei consensi dell'outsider della contesa elettorale Franco Parisi - un economista noto come divulgatore in programmi radio e tv - l'hanno relegata molto indietro: tanto che gli ultimi sondaggi le accreditano un 15% scarso di intenzioni di voto.

Queste elezioni assumono un alto valore simbolico per la storia familiare delle due candidate. I loro padri, Alberto Bachelet e Fernando Matthei, erano amici dai tempi dell'Accademia Aeronautica. La stessa Accademia di cui Matthei diventò direttore, nominato da Pinochet, nel gennaio 1974. E la stessa in cui, due mesi più tardi, Bachelet morì stroncato da un infarto a causa delle torture subite dopo il suo arresto.

Durante la campagna elettorale, le due candidate si sono comunque tenute alla larga dai ricordi del loro passato, da quell'amicizia fra bambine rotta dai tragici eventi della Storia. E Bachelet non sembra animata da desideri di rivincita. La sua famiglia riconosce che Fernando Matthei non fu direttamente responsabile di quello che accadde ai detenuti dell'Accademia. La vedova di Alberto Bachelet lo ha anche difeso in pubblico.

La vittoria annunciata di Michelle Bachelet si profila inoltre come un nuovo capitolo nel rapporto fra l'elettorato e la sorridente leader socialista. Lei continua a far leva su un pragmatismo e una volontà di dialogo molto lontani - nello scenario sudamericano - dai toni accesi della 'sinistra bolivariana' incarnata negli anni scorsi da Hugo Chavez e tuttora al potere in Venezuela, Ecuador e Bolivia con i "tribuni" Nicolas Maduro, Rafael Correa ed Evo Morales. Bachelet può contare d'altra parte su uno stabile e invidiabile livello di popolarità personale in tutto il continente: alla fine del suo precedente mandato aveva un indice di gradimento addirittura superiore all'87%.

La sua immagine del 2013 non é tuttavia identica a quella di tre anni fa: oggi si presenta infatti come candidata di una coalizione che oltre a socialisti e democristiani (pilastri finora della Concertacion di centrosinistra) ingloba anche i socialdemocratici e, per prima volta dal ritorno del Cile alla democrazia, i comunisti. Non solo: forte della credibilità del suo nome, Michelle Bachelet ha disegnato una squadra di governo composta in maggioranza da quarantenni e ha promesso riforme radicali per rispondere alle emergenze sociali e politiche del Paese.

Il Cile ha il migliore reddito medio pro-capite dell'America Latina (pari a oltre 22 mila dollari). Ma malgrado i successi economici degli ultimi anni, metà dei 17 milioni di abitanti vive con meno di 500 dollari al mese. Bachelet ha promesso un aumento delle tasse per raccogliere otto miliardi di dollari da destinare all'istruzione, e intende rendere gratuiti i corsi universitari nel giro di sei anni, per rispondere alle proteste studentesche. Altri settori in cui si è impegnata a intervenire sono quelli del fisco, dei diritti sindacali, delle modifiche della Costituzione. Ma per varare le riforme, avrà bisogno della maggioranza del Congresso, che nonostante la vittoria dei partiti alleati potrebbe anche non essere così schiacciante da consentirle passi come la riscrittura della legge fondamentale.