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mercoledì 5 giugno 2013

Venezuela e Argentina, due sorvegliati speciali

da www.ilsole24ore.com


VENEZUELA
Il cibo razionato non è un indicatore di floridità dell'economia, si sa.
E Nicolas Maduro, neo presidente del Venezuela, non ha un compito facile, si sapeva.
Eredita la logica dirigista ma non il carisma né le capacità mediatiche del suo predecessore, Hugo Chavez, deceduto lo scorso marzo dopo 14 anni di presidenza. Tanto meno le sue relazioni internazionali.
Nei supermercati di Caracas c'è penuria di riso, farina, latte e zucchero. E soprattutto è diventata introvabile la carta igienica. Tanto da spingere il ministro del Commercio, Alejandro Fleming, ad accusare l'opposizione, "che vorrebbe destabilizzare il Paese, attraverso il controllo delle catene di grande distribuzione". L'opposizione replica accusando il Governo di incapacità gestionale.
Intanto il ministro delle Finanze venezuelano, Nelson Merentes, ha annunciato che entro breve convocherà i creditori internazionali. L'intenzione è quella di convincerli di un rischio-Paese che non ha ragione d'essere elevato, secondo il governo venezuelano. L'inflazione è superiore al 30% annuo, una delle più alte del mondo e il bolivar, la moneta venezuelana, ha subìto ripetute svalutazioni. L'ultima risale allo scorso 8 febbraio.
Gli investimenti petroliferi che avrebbero dovuto rilanciare la capacità estrattiva del Venezuela non sono arrivati e un Paese petrolifero che non ha mai saputo diversificare la sua economia ne patisce le conseguenze anche se le quotazioni del petrolio garantiscono ancora margini elevati al Governo; basti ricordare che il costo di produzione del greggio venezuelano non supera i 28 dollari al barile.
I principali timori riguardano proprio la capacità del Venezuela di onorare i propri impegni. I contratti siglati da Chavez saranno onorati ?
Persino la Russia nutre qualche preoccupazione: i vertici della Rosneft, principale compagnia petrolifera russa, poche settimane fa sono volati a Caracas per assicurarsi la stabilità degli investimenti di Mosca, stimati in 26 miliardi di dollari.
Un'incertezza che ogni giorno si espande un po' di più. Tra 5 giorni i venezuelani non potranno acquistare due volte lo stesso prodotto in un giorno. E' quanto prevede il piano messo a punto dal governatorato dello Stato di Zulia, con l'intento di contrastare il contrabbando di prodotti di prima necessità.
ARGENTINA
Quello argentino è un caso tutto diverso, anche se vi è un comune denominatore con il Venezuela: l'inflazione altissima, superiore al 25% , da oltre 5 anni. Poi i prezzi calmierati, imposti dalla presidenta Cristina Kirchner, su decine di prodotti. Un'economia inceppata, dunque, a dispetto di una crescita vigorosa, quella degli ultimi 10 anni, principalmente dovuta dai prezzi delle materie prime agricole, di cui l'Argentina è produttrice.
Tra le molte contraddizioni dell'economia argentina vi è quella inerente la fiducia degli investitori internazionali: gli industriali ne hanno, i finanzieri no. Poche settimane fa Fiat ha inaugurato a Cordoba un complesso industriale, un investimento da 130 milioni di dollari. Altre case automobilistiche internazionali rafforzano la loro presenza nella Pampa argentina.
Tuttavia sulla Casa Rosada pesa la spada di Damocle del giudice americano Tomas Griesa. Secondo cui l'Argentina dovrebbe pagare anche i possessori di bond che non accettarono la ristrutturazione successiva al default 2001. Buenos Aires è condannata al pagamento di 1,3 miliardi di dollari, pretesi da alcuni fondi speculativi americani. Un aut aut scattato lo scorso novembre di cui dilazioni successive hanno procrastinato l'attuazione. Difficile dire come finirà, di certo Buenos Aires non ha intenzione di cadere in un altro baratro di "cessazione dei pagamenti" anche perché, paradossalmente, quella argentina è l'unica ristrutturazione del debito che ha funzionato.
Soprattutto in un contesto internazionale così difficile: la crisi europea, il "caso greco", le tensioni in Europa, la debolezza dell'euro, sono tutte criticità che esploderebbero, secondo la maggior parte degli analisti, a fronte di un altro default argentino.