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venerdì 18 maggio 2012

Bolivia, Evo Morales agli Stati: “Nazionalizzate le risorse”

da www.eilmensile.it

18 maggio 2012versione stampabile
A.G.
Non ha usato mezzi termini il presidente della Bolivia, Evo Morales, per chiedere ai governi del mondo di nazionalizzare le proprie risorse naturali.
“La presenza dello Stato” ha detto Morales “è fondamentale per lo sviluppo sociale”. Le dichiarazioni sono arrivate dal palco allestito per il congresso della Yacimienetos Petroliferos Fiscales Bolivianos al quale hanno partecipato molte personalità del settore petrolifero pubblico e privato. “Ci sono aziende multinazionali che diventano padrone di troppa ricchezza mentre la povertà di parte del Paese aumenta”.
La Bolivia possiede la seconda riserva di gas naturale più grande al mondo. La prima riserva di gas si trova nel sottosuolo venezuelano.
La ricchezza nella mani di pochi privati crea molta povertà e non consente ai “governi di investire in settori sociali, quali scuola e sanità”.
Le nazionalizzazioni fortemente volute dal presidente Morales in Bolivia hanno consentito un maggiore afflusso di denaro nelle casse dello Stato e sono servite ad alimentare in modo sostanzioso le infrastrutture scolastiche, ospedaliere e sono stati avviati diversi progetti per assistere le donne in gravidanza.
I dati boliviani sono impressionanti. Nel 2005 quando ancora le compagnie multinazionali facevano il bello e il cattivo tempo nel paese andino, gli investimenti per i cittadini non superavano i 500 milioni di dollari. Oggi, sono di poco inferiori ai 5 miliardi di dollari Usa. E tutto questo grazie alle nazionalizzazioni degli idrocarburi.

giovedì 17 maggio 2012

Perù, il governo minaccia gli indigeni

da www.eilmensile.it

17 maggio 2012versione stampabile
Il Perù sta segretamente e attivamente cercando nuove riserve di gas all’interno delle aree tribali protette, in aperta violazione delle leggi che proibiscono lo sviluppo di progetti simili. La denuncia arriva dalla Ong in difesa dei diritti dei nativi Survival International, e riguarda la Riserva Nahua-Nanti nel Perù sud orientale.
Si tratta di una regione che ospita alcune tribù amazzoniche che hanno vissuto finora isolate, senza mai entrare in contatto con altre civiltà. A metterle a rischio, è la presenza degli ampi giacimenti di gas che fanno gola a Lima, la quale pare intenzionata a sfruttarli, calpestando diritti millenari e leggi vincolanti. Queste esplorazioni, infatti, sono state già inserite in un preciso progetto dal nome Camisea. Questo costringerebbe le tribù a sfollare, sradicandosi dalla propria terra, con la quale vivono da sempre in totale sintonia. E questo provocherebbe loro un grande trauma e molto disagio e rischi di sopravvivenza. Che aumenteranno se questi popoli si troveranno a vis à vis con ‘gli stranieri’, con la conseguenza che potrebbero persino morire per un raffreddore.
Soltanto il mese scorso, nonostante nella riserva si estenda già il 75 percento di un grande deposito di gas, il ministero alle Miniere e all’Energia ha autorizzato il Consorzio Camisea a condurre ulteriori prospezioni nell’area e oggi è andato decisamente oltre. Sono trapelati, infatti, i progetti di sfruttamento del primo giacimento petrolifero statale all’interno dell’area legalmente protetta. E secondo le informazioni avute da Survival International, il nuovo sito petrolifero si chiama Fitzcarrald, è di proprietà della Petroperu e dovrebbe essere sviluppato ad est del Blocco Camisea numero 88. In aprile, il Perù ha autorizzato il Consorzio Camisea ad espandere ulteriormente i suoi campi di sfruttamento del gas all’interno della terra indigena protetta.
“Non c’è alcun dubbio che il governo stia tentando di fare a pezzi i territori indigeni per consentire la prospezione del gas – ha dichiarato a Survival l’organizzazione indigena peruviana Fenamad, “e questo provocherà tra i popoli indigeni genocidio ed etnocidio”.
I nuovi progetti violano apertamente il Decreto Supremo del 2003, che proibisce qualunque nuovo sfruttamento delle risorse naturali all’interno della Riserva Nahua-Nanti.
“Questi passi, non solo pregiudicano il futuro dei popoli indigeni e delle tribù contattate che vivono nella riserva – ha commentato oggi Stephen Corry, direttore generale di Survival International  – ma oltretutto sono assolutamente illegali. Le esplorazioni di gas e petrolio condotte in questa stessa area anni fa avevano decimato le tribù ed è quindi sorprendente che il governo si stia preparando a vedere ripetersi la storia, incurante di qualsiasi conseguenza”.

domenica 6 maggio 2012

I segnali di Chávez e le certezze della Bolivia

da temi.repubblica.it/limes

di Niccolò Locatelli
RUBRICA IL MONDO OGNI SETTIMANA La sua salute è un segreto di Stato, ma molti indizi fanno pensare che il presidente del Venezuela stia per uscire di scena. La rivoluzione bolivariana potrebbe non sopravvivergli. Morales nazionalizza ma cerca un accordo con la Spagna.

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(Carta di Laura Canali tratta da Limes  2/07 "Chávez-Castro l'Antiamerica")
AMERICA LATINA
I segnali di Chávez e le certezze della BoliviaAnche quest'anno il presidente del Venezuela Hugo Chávez e il suo omologo boliviano Evo Morales hanno onorato la festa dei lavoratori. A Caracas è stata approvata il 30 aprile la nuova Legge del lavoro che prevede la riduzione delle ore lavorative settimanali da 44 a 40 per i lavori giornalieri e da 40 a 35 per quelli notturni. A La Paz (sede del governo boliviano, la capitale amministrativa è Sucre) il primo maggio è stata nazionalizzata Transportadora de Electricidad, filiale di Red Electrica de España (Ree) che gestisce oltre il 70% della fornitura di elettricità nel paese andino.


I due presidenti non sono nuovi a mosse di questo tipo: il primo maggio 2006 Morales nazionalizzò le risorse di gas, nel 2010 quattro centrali elettriche. Chávez nel 2007 ha statalizzato il controllo operativo dei progetti di esplorazione e sfruttamento della fascia dell'Orinoco, dove sono concentrate riserve di petrolio tra le più vaste al mondo.


Solitamente liquidati come populisti e contrapposti alla sinistra “responsabile” di Lula, i capi di Stato di Bolivia e Venezuela sono anch'essi il prodotto della democrazia e della fallimentare stagione dell'ortodossia neoliberale seguita alla crisi del debito (1982). Sono arrivati alla presidenza cavalcando il malcontento delle popolazioni e offrendo un'alternativa radicale - alternativa evidentemente apprezzata, visto che sono stati entrambi rieletti in regolari elezioni. Sucre e Caracas sono ora legate da una solida alleanza che comprende anche Cuba e altri Stati della regione e che è basata sull'opposizione all'egemonia economica, finanziaria e diplomatica degli Stati Uniti in America Latina e nel mondo.


È troppo presto per stabilire l'effetto economico di queste decisioni, ma il loro valore simbolico è chiaro: Morales vuole ridare allo Stato un ruolo centrale nell'economia. Chávez spera di monetizzare il provvedimento alle elezioni presidenziali di ottobre, anche se la possibilità che non riesca ad arrivare vivo all'appuntamento elettorale sono in aumento. Un paragrafo sulla Bolivia prima di passare al Venezuela.

A parità di nazionalizzazioni, ci sono due differenze tra l'esproprio parziale di Repsol-Ypf in Argentina di due settimane fa e quello totale della controllata boliviana di Ree. La succursale argentina di Repsol garantiva alla casa madre quasi il 50% dei suoi profitti, mentre Transportadora de Electricidad aveva perso gran parte del suo valore. Nel caso boliviano gli interessi della Spagna sono colpiti direttamente, dato che lo Stato è azionista di Ree (ne controlla il 20%), ma molto probabilmente saranno più tutelati che in Argentina: La Paz è già in trattative cordiali per stabilire l'indennizzo, e tutta l'operazione di nazionalizzazione si sta compiendo senza il corollario di insulti e polemiche che si stanno scambiando Madrid e Buenos Aires. Date le specificità del paese andino (tra le altre, il 62% della popolazione indigena), difficilmente quello che succede in Bolivia ha un impatto diretto sul resto del mondo.


Il discorso per il Venezuela è diverso, non solo perchè si tratta del dodicesimo produttore ed esportatore di petrolio al mondo (e del secondo per riserve accertate), ma anche perché le risorse dell'oro nero sono state sfruttate in questi anni dal colonnello Chávez per accarezzare sogni di potenza egemone nella sua regione. Strumentale a questo disegno la retorica continua contro gli Stati Uniti d'America e le istituzioni a loro vicine (ultima in ordine di tempo la Commissione interamericana dei diritti umani, organo dell'Organizzazione degli Stati americani dal quale il presidente venezuelano è tornato a minacciare l'autoesclusione). Il fatto che gli Usa siano il primo partner commerciale di Caracas viene convenientemente taciuto.


A pochi mesi dalle elezioni presidenziali, il Venezuela vive una fase di profondissima incertezza dovuta a due variabili: la sorte di Chávez e quella della rivoluzione bolivariana. La salute del presidente è segreto di Stato: ufficialmente si sa solo che nel 2011 è stato operato di cancro ma che il tumore si è manifestato di nuovo. Ultimamente Hugo trascorre sempre più tempo a Cuba, dove si cura sotto l'occhio dei suoi alleati più importanti, i fratelli Castro. In questo quadro di segretezza quasi assoluta - che il giornalista antichavista Nelsón Bocaranda cerca di rompere attraverso le sue fonti, finora attendibili - alcuni segnali giunti nell'ultimo mese fanno pensare che la scomparsa del presidente, o comunque la sua impossibilità di esercitare la carica per un ulteriore mandato, siano eventualità all'ordine del giorno.

Ha iniziato lo stesso Chávez, che durante una messa si è rivolto direttamente a Dio chiedendogli la vita; ha continuato Wilmar Castro, il governatore dello Stato di Portoghesa e membro del Partido Socialista Unido de Venezuela (Psuv, chavista), che ha paventato uno scenario con il presidente, uno senza di lui e uno senza elezioni; ha concluso il Castro più famoso, Fidel, che in una delle sue “riflessioni” ha smentito la presenza di divisioni all'interno della cupola venezuelana “nel caso il presidente non riuscisse a superare la malattia”.


Più delle parole, un fatto: l'attivazione del Consiglio di Stato, un organo consultivo del governo previsto dalla Costituzione del 1999 ma rimasto sulla carta fino a questa settimana. Composto dal vicepresidente Elías Jaua e da altri 5 membri, potrebbe fungere da governo de facto e da incubatore del sostituto di Chávez alle elezioni, se questi non ce la facesse. Mentre l'opposizione si è stretta attorno alla figura di Henrique Capriles in vista del voto, al momento non c'è, o non si conosce, un piano B degli alleati del colonnello. I sondaggi dicono che Capriles perderebbe contro Hugo, ma vincerebbe contro ogni altro eventuale candidato governativo.

Con la fine terrena o politica di Chávez potrebbe quindi terminare anche la rivoluzione bolivariana, che in Venezuela ha significato maggiore attenzione ai bisogni primari delle classi più basse ma anche limitazione del pluralismo, aumento della violenza e corruzione ai più alti livelli.


Anche all'apparato politico-militare cresciuto all'ombra del comandante in questi anni arrivano segnali allarmanti: l'ex magistrato del Tribunale supremo di giustizia Eladio Aponte Aponte, estromesso dall'incarico per presunti legami con il narcotraffico, è volato negli Usa e collabora con la Dea (l'agenzia antidroga statunitense): secondo lui alcune figure di spicco del chavismo - come il neoministro della Difesa Henry Rangel Silva e il presidente dell'Assemblea nazionale Diosdado Cabello - avrebbero legami con i cartelli della droga e con la guerriglia colombiana delle Farc. Due recenti omicidi eccellenti (un generale dell'esercito e l'ex governatore di Apure) potrebbero essere legati al narcotraffico.

Secondo l'Iiss i chavisti senza Chávez potrebbero tentare di conservare il proprio potere in maniera non costituzionale. Difficilmente tale mossa verrebbe ben accolta dalla popolazione, che nel 2011 è stata la più favorevole di tutta l'America Latina al sistema democratico.



In settimana dalla Bolivia sono arrivate notizie, dal Venezuela segnali. L'incertezza sul destino di Chávez persiste. L'unica certezza è che sarà impossibile non occuparsi ancora del colonnello bolivariano e del suo paese.

Il mondo ogni settimana è una rubrica che cerca di raccogliere e analizzare gli eventi più interessanti (non necessariamente i più popolari) dell'attualità internazionale, privilegiando temi geopolitici ed economici. Questa puntata riguarda i giorni tra il 30 aprile e il 6 maggio 2012. Per leggere le puntate precedenti clicca qui; la rubrica è anche su rss, facebook e twitter (profilo dell'autore).
(6/05/2012)