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giovedì 26 aprile 2012

Nazionalizzazione degli idrocarburi, l’Argentina chiude il cerchio

da temi.repubblica.it/limes

di Maurizio Stefanini
Maurizio StefaniniRUBRICA ALTREAMERICHE. In America Latina la proprietà statale - assoluta o parziale - delle imprese petrolifere è la norma. Nel caso Repsol-Ypf stupisce l'aggressività, ma la Spagna è in crisi e ha pochi strumenti per difendersi.

Il nazionalismo economico argentino | La scommessa di Cristina su Repsol-Ypf

(Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/07 "Il clima dell'energia")
Fu nel 1907 che in Argentina fu scoperto il primo pozzo di petrolio presso la città di Comodoro Rivadavia, nella provincia patagonica di Chubut. Fu durante la prima presidenza del gran padre nobile del radicalismo argentino Hipólito Yrigoyen, tra 1916 e 1922, che con lo sviluppo dell’esplorazione venne costituita la Dirección General de Explotación del Petróleo, con l’obiettivo di regolare l’attività delle società petrolifere straniere che avevano cominciato a venire nel paese. E fu il 16 ottobre del 1922 che il suo successore Marcelo Torcuato de Alvear, anche lui radicale, trasformò la Dirección nella Yacimientos Petrolíferos Fiscales (Ypf), con direttore il generale Enrique Mosconi, un ufficiale proveniente dal Genio che durante un corso di perfezionamento in Germania aveva scoperto e studiato con attenzione l’economista teorico del protezionismo Friedrich List.

Questo per ricordare che l’Ypf risale a prima di Perón e che si tratta addirittura della prima società petrolifera di Stato al mondo, dopo l’esperienza sovietica. Se vogliamo, dunque, la prima in assoluto, visto che la Russia di Lenin aveva in realtà nazionalizzato non il petrolio, ma tutta l’economia. La Ypf fu dunque il modello che ebbe presente il presidente messicano Lázaro Cárdenas quando nel 1938 decise a sua volta di nazionalizzare il petrolio, scontrandosi duramente con le multinazionali e creando la Petróleos Mexicanos (Pemex). L’esempio di Cárdenas fu a sua volta seguito a partire dagli altri Cinquanta da tutti gli altri paesi produttori, che a loro volta si misero a nazionalizzare il petrolio o comunque a costituire le grandi imprese di Stato che col tempo hanno finito per affiancarsi quelle che Enrico Mattei chiamava “Sette Sorelle”.


Tuttora, in quasi tutti i paesi latinoamericani esiste una società di Stato che controlla la gran parte delle risorse di idrocarburi. Del 20% di riserve di petrolio che secondo le stime più aggiornate si trovano nella regione, almeno l’85% è sotto il suolo del Venezuela, per il quale il greggio rappresenta il 90% dell’export. In Venezuela con la nazionalizzazione del primo gennaio 1976 fu costituita la Petróleos de Venezuela (Pdvsa), società di Stato ma autonoma fino al 2001, quando Chávez vi impose un controllo più stretto anche per utilizzarne le risorse a fini che i suoi estimatori definiscono di sviluppo sociale e i suoi critici di crassa clientela.


La Petróleo Brasileiro (Petrobras) esiste dal 1953, ma è diventata più importante con le recenti scoperte off-shore nell’Atlantico del Sud, che hanno elevato la quota brasiliana al 5% delle riserve della regione. Prima impresa del paese e ottava del mondo, la Petrobras è controllata dallo Stato per una quota che nel 2010 è stata portata al 64% del pacchetto azionario; il resto è aperto ai privati, cui sono anche affidati molti dei lavori di prospezione. C’è poi la già citata Pemex, integralmente statale; la Empresa Colombiana de Petróleos (Ecopetrol), creata nel 1951; la Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos (Ypfb), che esiste dal 1936, fu parzialmente privatizzata nel 1997, ma con la nazionalizzazione del primo maggio 2006 ha avuto dal governo di Evo Morales l’esclusiva sull’intero processo produttivo; la Empresa Estatal Petróleos del Ecuador (Petroecuador), che esiste dal 1989 ed è statale al 100%, anche se lavora in associazione con terzi, cui comunque il governo di Rafael Correa ha imposto nuove tasse all’export. Dal 1969 esiste anche Petróleos del Perú (Petroperu), che convive con imprese straniere, cui anche il nuovo governo di Ollanta Humala ha aumentato il prelievo fiscale.

Decollata in particolare nel 1925 con la costruzione della grande raffineria di La Plata, a 60 km da Buenos Aires, la Ypf restò egemone non tanto grazie a Perón, ma in seguito al suo rovesciamento. Malgrado lo stereotipo sul generale nazionalista, infatti, Perón si era convinto della necessità di rendere più efficiente il settore petrolifero argentino attraverso l’innesto di un corposo know-how straniero, e aveva raggiunto un accordo con la Standard Oil of California che però saltò in seguito al golpe del 1955. La Ypf raggiunse il suo culmine attorno al 1970. In seguito iniziò a decadere, e dopo il 1983 il regime militare lasciò alla restaurata democrazia una situazione di crisi che nel 1989 l’amministrazione di Carlos Saúl Menem tentò di risolvere attraverso l’inizio del processo di privatizzazione che avrebbe portato 10 anni dopo alla vendita del pacchetto di maggioranza alla società spagnola Repsol: un 85% delle azioni, che fu pagato 15,169 miliardi di dollari.


I critici ricordano che all’epoca i coniugi Kirchner avevano approvato la privatizzazione, ma se è per questo anche Menem ha annunciato che da senatore darà ora il suo voto a favore della rinazionalizzazione. In Spagna aggiungono che dopo la fusione con la Repsol i conti della Ypf sono tornati in attivo; il governo argentino ha invece sostenuto che con la gestione spagnola l’Argentina era stata costretta ad aumentare la propria importazione di petrolio dall’estero. Forse le due tesi non sono necessariamente antitetiche: un’impresa di Stato può ben decidere di privilegiare le esigenze di autosufficienza energetica di un paese a quelle di redditività che invece per un’impresa privata sono prevalenti.


A parte ciò, la Kirchner ha anche accusato gli spagnoli di aver fatto cadere la produzione argentina preferendo rimpatriare gli utili piuttosto che reinvestirli: un’accusa cui è stato risposto che in realtà sono i giacimenti argentini che si stanno esaurendo. Un'altra accusa alla Repsol è stata di non aver previsto il boom economico argentino.


Al di là del merito di queste accuse e del tono polemico utilizzato, Kirchner aveva sostanzialmente ragione quando, nell’annunciare l’esproprio del 51% delle azioni, ha detto che in America Latina l’Argentina era l’unico paese a non controllare la propria società petrolifera nazionale: una situazione che evidentemente non poteva continuare, nel nuovo clima nazionalista che contraddistingue il paese. Ovviamente, però, un conto è convenire sull’inevitabilità di un ritorno a un regime di controllo statale sulle risorse di idrocarburi; un conto il modo aggressivo con cui la cosa è stata fatta, in un momento in cui non solo la Spagna è in crisi ma questa crisi minaccia di contagiare l’intera Europa, e anche un crollo delle azioni delle Repsol poteva dunque trascinare in basso l’intero Continente.


Quando Néstor Kirchner nel 2003 era diventato presidente con una piattaforma di ritorno a un forte dirigismo in aperta polemica con il modello dell’era Menem, piuttosto che rinazionalizzare la Ypf nel 2004 aveva preferito costruire la nuova società petrolifera di Stato Energía Argentina Sociedad Anónima (Enarsa), che sull’onda dei buoni rapporti con Chávez ebbe l’aiuto della venezuelana Pdvsa. Nel dicembre 2007 c’era stato anche un rientro di proprietà argentina nella Ypf attraverso l’acquisto del 14,9% da parte del gruppo Petersen, che nel maggio del 2011 aveva portato questa quota al 25.46%.


Le voci di esproprio si erano fatte più insistenti negli ultimi mesi, mentre una dopo l’altra 6 provincie revocavano le concessioni, riducendo la capacità della Ypf del 12%. Quando infine i giornali argentini avevano dato la nazionalizzazione per imminente mentre alla società non arrivava nessuna notizia, venerdì 13 aprile l’ambasciatore argentino a Madrid Carlo Antonio Bettini era stato convocato per 45 minuti dal ministro degli Esteri José Manuel García-Margallo, che lo aveva avvertito: “qualunque aggressione contro Repsol, violando i principi della sicurezza giuridica, sarà considerata come un’aggressione contro il governo spagnolo, che prenderà le misure che consideri opportune”. Il governo Rajoy aveva pure fatto sapere di aver mobilitato gli Stati Uniti, il Messico come presidente di turno del G20, la Colombia come ospitante del Vertice delle Americhe e l’Ue. Barroso aveva subito chiamato Cristina Kirchner, mentre il portavoce dell’esecutivo comunitario Olivier Bailly aveva ricordato a Buenos Aires che l’Europa “sta dalla parte della Spagna”. In effetti nel fine settimana il ministro dell’Industria spagnolo José Manuel Soria poteva annunciare che l’allarme sembrava rientrato.


Invece, Cristina Kirchner aveva semplicemente rinviato il colpo a dopo il Vertice di Cartagena. Lunedì 16 aprile, nella tarda mattinata argentina, ha annunciato che la produzione di idrocarburi sarebbe stata considerata interesse pubblico, e che il 51% delle azioni della Ypf sarebbe poi passato allo Stato: di questa quota poi il 49% sarebbe stato ridistribuito alle provincie. Nessuna indicazione sul risarcimento da dare, per la società che rappresentava metà della produzione e delle riserve della Repsol e un terzo delle entrate. Soria ha subito annunciato misure “chiare e incisive” e García-Margallo ha parlato di rottura della “relazione di amicizia e cordialità tra i due paesi”, spiegando che l’Argentina si era “sparata su un piede”.

La Repsol, che alla notizia della nazionalizzazione della sua filiale argentina ha subito perso in Borsa il 5,4%, ha chiesto 8 miliardi di euro di indennizzo, che però il viceministro dell’Economia Alex Kicillof ha detto di non voler pagare, accusando gli spagnoli di aver truccato i conti. La Commissione europea ha sospeso una commissione bilaterale, mentre il commissario al Commercio e all’Investimento Karel de Gucht inviava all’Argentina una lettera di “seria preoccupazione” per il “segnale molto negativo dato agli investitori stranieri” e lo stesso Barroso si diceva “seriamente deluso”.

Di fatto, però, né la Spagna né l’Europa hanno troppi strumenti di rappresaglia. Semplicemente, è stata annullata la preferenza per il biodisel argentino e il Parlamento europeo ha chiesto di togliere altre preferenze doganali. Gli stessi Stati Uniti che pure avevano già sanzionato l’Argentina per un altro contenzioso si sono mostrati freddi. Quanto all’idea di espellere l’Argentina dal G-20, è vero che Buenos Aires ha ricevuto un ammonimento dal gruppo, ma è stato facile fare ironia su Madrid che chiede di cacciare un paese da un forum cui essa stessa non è stata giudicata abbastanza importante da esservi ammessa!

Nell’immediato, sarebbero molti di più i danni che l’Argentina potrebbe ancora fare alla Spagna e ad altri paesi europei. L’avvertimento è arrivato chiarissimo nel momento in cui Cristina Kirchner ha annunciato la nazionalizzazione, con una nota sulla “necessità” che le imprese straniere con interessi nel paese “reinvestano” in Argentina. Ad esempio, “le telefoniche, qualcuna di loro è spagnola, e di recente ci ha fatto soffrire un black-out e spero che il ministero agisca al riguardo in tempi brevi”. Riferimento a Telefónica. “Anche le banche sono straniere”: Banco Santander Rio e Bbva. Ma c’è pure Endesa, che è controllata dall’Enel, che il 27 aprile dovrà decidere su come pagare i dividendi. La stessa Telecom Italia è di fronte a richieste di “reinvestimento” analoghe. Monti aveva già scritto alla Kirchner, lamentando che le due controllate da Enel corrono il rischio di fallire per l’impossibilità di ritoccare le tariffe.

Proteste sono invece arrivate in campo latinoamericano da Messico e Cile, poiché il primo è nella proprietà della Repsol e il secondo vi era associato. In compenso Hugo Chávez ha subito offerto il pieno appoggio tecnico della venezuelana Pdvsa per rimettere in efficienza la nuova Ypf rinazionalizzata, e la Petrobras dopo un’iniziale preoccupazione per l’iniziativa di una provincia argentina contro una propria concessione accusata a sua volta di “investimento insufficiente” sembra ora essere una delle multinazionali che, secondo quando riferisce Kicillof, starebbero sgomitando per coprire il vuoto lasciato dalla Repsol alle nuove condizioni che il governo argentino vorrà indicare. Tra di esse, la Total e la cinese Petrolchemichal Corp., che sarebbe pronta a investire 10 miliardi.

Secondo un rapporto appena uscito della Banca Mondiale, in questo momento numerosi investitori si stanno buttando sull’America Latina, in fuga dalla crisi europea per un totale che a fine 2012 potrebbe arrivare a 5-6 miliardi di dollari. Il governo del Cile si preoccupa che mosse come la nazionalizzazione dell’Ypf comportino il rischio di far scappare tutti, ma la ressa delle petrolifere lascia intendere che continua a essere valida la vecchia battuta di Lenin secondo la quale “saranno i capitalisti a vendere la corda con cui verranno impiccati”.

Spetterà semmai agli statalisti di varia obbedienza la responsabilità per l’incuria che porterà invariabilmente quella corda a spezzarsi al momento dell’uso...


Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il Foglio, Libero, Liberal, L’Occidentale, Limes, Longitude, Theorema, Risk, Agi Energia. Ha redatto il capitolo sull’Emisfero Occidentale in Nomos & Kaos Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche.
(24/04/2012)

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