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giovedì 26 aprile 2012

Nazionalizzazione degli idrocarburi, l’Argentina chiude il cerchio

da temi.repubblica.it/limes

di Maurizio Stefanini
Maurizio StefaniniRUBRICA ALTREAMERICHE. In America Latina la proprietà statale - assoluta o parziale - delle imprese petrolifere è la norma. Nel caso Repsol-Ypf stupisce l'aggressività, ma la Spagna è in crisi e ha pochi strumenti per difendersi.

Il nazionalismo economico argentino | La scommessa di Cristina su Repsol-Ypf

(Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/07 "Il clima dell'energia")
Fu nel 1907 che in Argentina fu scoperto il primo pozzo di petrolio presso la città di Comodoro Rivadavia, nella provincia patagonica di Chubut. Fu durante la prima presidenza del gran padre nobile del radicalismo argentino Hipólito Yrigoyen, tra 1916 e 1922, che con lo sviluppo dell’esplorazione venne costituita la Dirección General de Explotación del Petróleo, con l’obiettivo di regolare l’attività delle società petrolifere straniere che avevano cominciato a venire nel paese. E fu il 16 ottobre del 1922 che il suo successore Marcelo Torcuato de Alvear, anche lui radicale, trasformò la Dirección nella Yacimientos Petrolíferos Fiscales (Ypf), con direttore il generale Enrique Mosconi, un ufficiale proveniente dal Genio che durante un corso di perfezionamento in Germania aveva scoperto e studiato con attenzione l’economista teorico del protezionismo Friedrich List.

Questo per ricordare che l’Ypf risale a prima di Perón e che si tratta addirittura della prima società petrolifera di Stato al mondo, dopo l’esperienza sovietica. Se vogliamo, dunque, la prima in assoluto, visto che la Russia di Lenin aveva in realtà nazionalizzato non il petrolio, ma tutta l’economia. La Ypf fu dunque il modello che ebbe presente il presidente messicano Lázaro Cárdenas quando nel 1938 decise a sua volta di nazionalizzare il petrolio, scontrandosi duramente con le multinazionali e creando la Petróleos Mexicanos (Pemex). L’esempio di Cárdenas fu a sua volta seguito a partire dagli altri Cinquanta da tutti gli altri paesi produttori, che a loro volta si misero a nazionalizzare il petrolio o comunque a costituire le grandi imprese di Stato che col tempo hanno finito per affiancarsi quelle che Enrico Mattei chiamava “Sette Sorelle”.


Tuttora, in quasi tutti i paesi latinoamericani esiste una società di Stato che controlla la gran parte delle risorse di idrocarburi. Del 20% di riserve di petrolio che secondo le stime più aggiornate si trovano nella regione, almeno l’85% è sotto il suolo del Venezuela, per il quale il greggio rappresenta il 90% dell’export. In Venezuela con la nazionalizzazione del primo gennaio 1976 fu costituita la Petróleos de Venezuela (Pdvsa), società di Stato ma autonoma fino al 2001, quando Chávez vi impose un controllo più stretto anche per utilizzarne le risorse a fini che i suoi estimatori definiscono di sviluppo sociale e i suoi critici di crassa clientela.


La Petróleo Brasileiro (Petrobras) esiste dal 1953, ma è diventata più importante con le recenti scoperte off-shore nell’Atlantico del Sud, che hanno elevato la quota brasiliana al 5% delle riserve della regione. Prima impresa del paese e ottava del mondo, la Petrobras è controllata dallo Stato per una quota che nel 2010 è stata portata al 64% del pacchetto azionario; il resto è aperto ai privati, cui sono anche affidati molti dei lavori di prospezione. C’è poi la già citata Pemex, integralmente statale; la Empresa Colombiana de Petróleos (Ecopetrol), creata nel 1951; la Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos (Ypfb), che esiste dal 1936, fu parzialmente privatizzata nel 1997, ma con la nazionalizzazione del primo maggio 2006 ha avuto dal governo di Evo Morales l’esclusiva sull’intero processo produttivo; la Empresa Estatal Petróleos del Ecuador (Petroecuador), che esiste dal 1989 ed è statale al 100%, anche se lavora in associazione con terzi, cui comunque il governo di Rafael Correa ha imposto nuove tasse all’export. Dal 1969 esiste anche Petróleos del Perú (Petroperu), che convive con imprese straniere, cui anche il nuovo governo di Ollanta Humala ha aumentato il prelievo fiscale.

Decollata in particolare nel 1925 con la costruzione della grande raffineria di La Plata, a 60 km da Buenos Aires, la Ypf restò egemone non tanto grazie a Perón, ma in seguito al suo rovesciamento. Malgrado lo stereotipo sul generale nazionalista, infatti, Perón si era convinto della necessità di rendere più efficiente il settore petrolifero argentino attraverso l’innesto di un corposo know-how straniero, e aveva raggiunto un accordo con la Standard Oil of California che però saltò in seguito al golpe del 1955. La Ypf raggiunse il suo culmine attorno al 1970. In seguito iniziò a decadere, e dopo il 1983 il regime militare lasciò alla restaurata democrazia una situazione di crisi che nel 1989 l’amministrazione di Carlos Saúl Menem tentò di risolvere attraverso l’inizio del processo di privatizzazione che avrebbe portato 10 anni dopo alla vendita del pacchetto di maggioranza alla società spagnola Repsol: un 85% delle azioni, che fu pagato 15,169 miliardi di dollari.


I critici ricordano che all’epoca i coniugi Kirchner avevano approvato la privatizzazione, ma se è per questo anche Menem ha annunciato che da senatore darà ora il suo voto a favore della rinazionalizzazione. In Spagna aggiungono che dopo la fusione con la Repsol i conti della Ypf sono tornati in attivo; il governo argentino ha invece sostenuto che con la gestione spagnola l’Argentina era stata costretta ad aumentare la propria importazione di petrolio dall’estero. Forse le due tesi non sono necessariamente antitetiche: un’impresa di Stato può ben decidere di privilegiare le esigenze di autosufficienza energetica di un paese a quelle di redditività che invece per un’impresa privata sono prevalenti.


A parte ciò, la Kirchner ha anche accusato gli spagnoli di aver fatto cadere la produzione argentina preferendo rimpatriare gli utili piuttosto che reinvestirli: un’accusa cui è stato risposto che in realtà sono i giacimenti argentini che si stanno esaurendo. Un'altra accusa alla Repsol è stata di non aver previsto il boom economico argentino.


Al di là del merito di queste accuse e del tono polemico utilizzato, Kirchner aveva sostanzialmente ragione quando, nell’annunciare l’esproprio del 51% delle azioni, ha detto che in America Latina l’Argentina era l’unico paese a non controllare la propria società petrolifera nazionale: una situazione che evidentemente non poteva continuare, nel nuovo clima nazionalista che contraddistingue il paese. Ovviamente, però, un conto è convenire sull’inevitabilità di un ritorno a un regime di controllo statale sulle risorse di idrocarburi; un conto il modo aggressivo con cui la cosa è stata fatta, in un momento in cui non solo la Spagna è in crisi ma questa crisi minaccia di contagiare l’intera Europa, e anche un crollo delle azioni delle Repsol poteva dunque trascinare in basso l’intero Continente.


Quando Néstor Kirchner nel 2003 era diventato presidente con una piattaforma di ritorno a un forte dirigismo in aperta polemica con il modello dell’era Menem, piuttosto che rinazionalizzare la Ypf nel 2004 aveva preferito costruire la nuova società petrolifera di Stato Energía Argentina Sociedad Anónima (Enarsa), che sull’onda dei buoni rapporti con Chávez ebbe l’aiuto della venezuelana Pdvsa. Nel dicembre 2007 c’era stato anche un rientro di proprietà argentina nella Ypf attraverso l’acquisto del 14,9% da parte del gruppo Petersen, che nel maggio del 2011 aveva portato questa quota al 25.46%.


Le voci di esproprio si erano fatte più insistenti negli ultimi mesi, mentre una dopo l’altra 6 provincie revocavano le concessioni, riducendo la capacità della Ypf del 12%. Quando infine i giornali argentini avevano dato la nazionalizzazione per imminente mentre alla società non arrivava nessuna notizia, venerdì 13 aprile l’ambasciatore argentino a Madrid Carlo Antonio Bettini era stato convocato per 45 minuti dal ministro degli Esteri José Manuel García-Margallo, che lo aveva avvertito: “qualunque aggressione contro Repsol, violando i principi della sicurezza giuridica, sarà considerata come un’aggressione contro il governo spagnolo, che prenderà le misure che consideri opportune”. Il governo Rajoy aveva pure fatto sapere di aver mobilitato gli Stati Uniti, il Messico come presidente di turno del G20, la Colombia come ospitante del Vertice delle Americhe e l’Ue. Barroso aveva subito chiamato Cristina Kirchner, mentre il portavoce dell’esecutivo comunitario Olivier Bailly aveva ricordato a Buenos Aires che l’Europa “sta dalla parte della Spagna”. In effetti nel fine settimana il ministro dell’Industria spagnolo José Manuel Soria poteva annunciare che l’allarme sembrava rientrato.


Invece, Cristina Kirchner aveva semplicemente rinviato il colpo a dopo il Vertice di Cartagena. Lunedì 16 aprile, nella tarda mattinata argentina, ha annunciato che la produzione di idrocarburi sarebbe stata considerata interesse pubblico, e che il 51% delle azioni della Ypf sarebbe poi passato allo Stato: di questa quota poi il 49% sarebbe stato ridistribuito alle provincie. Nessuna indicazione sul risarcimento da dare, per la società che rappresentava metà della produzione e delle riserve della Repsol e un terzo delle entrate. Soria ha subito annunciato misure “chiare e incisive” e García-Margallo ha parlato di rottura della “relazione di amicizia e cordialità tra i due paesi”, spiegando che l’Argentina si era “sparata su un piede”.

La Repsol, che alla notizia della nazionalizzazione della sua filiale argentina ha subito perso in Borsa il 5,4%, ha chiesto 8 miliardi di euro di indennizzo, che però il viceministro dell’Economia Alex Kicillof ha detto di non voler pagare, accusando gli spagnoli di aver truccato i conti. La Commissione europea ha sospeso una commissione bilaterale, mentre il commissario al Commercio e all’Investimento Karel de Gucht inviava all’Argentina una lettera di “seria preoccupazione” per il “segnale molto negativo dato agli investitori stranieri” e lo stesso Barroso si diceva “seriamente deluso”.

Di fatto, però, né la Spagna né l’Europa hanno troppi strumenti di rappresaglia. Semplicemente, è stata annullata la preferenza per il biodisel argentino e il Parlamento europeo ha chiesto di togliere altre preferenze doganali. Gli stessi Stati Uniti che pure avevano già sanzionato l’Argentina per un altro contenzioso si sono mostrati freddi. Quanto all’idea di espellere l’Argentina dal G-20, è vero che Buenos Aires ha ricevuto un ammonimento dal gruppo, ma è stato facile fare ironia su Madrid che chiede di cacciare un paese da un forum cui essa stessa non è stata giudicata abbastanza importante da esservi ammessa!

Nell’immediato, sarebbero molti di più i danni che l’Argentina potrebbe ancora fare alla Spagna e ad altri paesi europei. L’avvertimento è arrivato chiarissimo nel momento in cui Cristina Kirchner ha annunciato la nazionalizzazione, con una nota sulla “necessità” che le imprese straniere con interessi nel paese “reinvestano” in Argentina. Ad esempio, “le telefoniche, qualcuna di loro è spagnola, e di recente ci ha fatto soffrire un black-out e spero che il ministero agisca al riguardo in tempi brevi”. Riferimento a Telefónica. “Anche le banche sono straniere”: Banco Santander Rio e Bbva. Ma c’è pure Endesa, che è controllata dall’Enel, che il 27 aprile dovrà decidere su come pagare i dividendi. La stessa Telecom Italia è di fronte a richieste di “reinvestimento” analoghe. Monti aveva già scritto alla Kirchner, lamentando che le due controllate da Enel corrono il rischio di fallire per l’impossibilità di ritoccare le tariffe.

Proteste sono invece arrivate in campo latinoamericano da Messico e Cile, poiché il primo è nella proprietà della Repsol e il secondo vi era associato. In compenso Hugo Chávez ha subito offerto il pieno appoggio tecnico della venezuelana Pdvsa per rimettere in efficienza la nuova Ypf rinazionalizzata, e la Petrobras dopo un’iniziale preoccupazione per l’iniziativa di una provincia argentina contro una propria concessione accusata a sua volta di “investimento insufficiente” sembra ora essere una delle multinazionali che, secondo quando riferisce Kicillof, starebbero sgomitando per coprire il vuoto lasciato dalla Repsol alle nuove condizioni che il governo argentino vorrà indicare. Tra di esse, la Total e la cinese Petrolchemichal Corp., che sarebbe pronta a investire 10 miliardi.

Secondo un rapporto appena uscito della Banca Mondiale, in questo momento numerosi investitori si stanno buttando sull’America Latina, in fuga dalla crisi europea per un totale che a fine 2012 potrebbe arrivare a 5-6 miliardi di dollari. Il governo del Cile si preoccupa che mosse come la nazionalizzazione dell’Ypf comportino il rischio di far scappare tutti, ma la ressa delle petrolifere lascia intendere che continua a essere valida la vecchia battuta di Lenin secondo la quale “saranno i capitalisti a vendere la corda con cui verranno impiccati”.

Spetterà semmai agli statalisti di varia obbedienza la responsabilità per l’incuria che porterà invariabilmente quella corda a spezzarsi al momento dell’uso...


Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il Foglio, Libero, Liberal, L’Occidentale, Limes, Longitude, Theorema, Risk, Agi Energia. Ha redatto il capitolo sull’Emisfero Occidentale in Nomos & Kaos Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche.
(24/04/2012)

lunedì 23 aprile 2012

L'ARGENTINA RENDE OMAGGIO AGLI ITALIANI CHE LA COSTRUIRONO

11:55 23 APR 2012

(VELINO) Roma, 23 apr. - L'Argentina rende omaggio agli italiani che contribuirono a costruirla. Domani si terra' a Buenos Aires una giornata dedicata all'apporto dato dai nostri connazionali alla crescita della nazione che li ha accolti.
  L'appuntamento e' promosso dalla Fondazione Osde e dal "Consejo argentino para las relaciones internacionales (Cari)", con il patrocinio dell'ambasciata d'Italia e del consolato generale a Buenos Aires. L'iniziativa, che si chiama "Omaggio agli italiani che costruirono l'Argentina", si terra' al teatro Coliseo e verra' trasmessa in diretta nei diversi centri Osde presenti nel paese, tra cui quello di Mendoza. Durante l'evento sara' anche diffuso un video che tratta dell'influenza italiana in Argentina. Il filmato e' stato realizzato dalla nostra ambasciata, da tutti i consolati generali e dalla Fondazione Osde con la collaborazione di tutte le sue filiali e del Cari.
  L'obiettivo e' dare una breve idea dell'apporto dei nostri connazionali nei diversi ambiti che hanno portato l'Argentina dove e' oggi. L'immigrazione italiana e' stata la piu' importante nella nazione sud americana. Tra il 1860 e il 1950, infatti, piu' di tre milioni di italiani (il 52 per cento del totale degli immigrati europei) l'hanno scelta come nuova "casa". Oggi, inoltre, la comunita' italiana residente in forma permanente e' pari a circa 800 mila persone. vel .
 

domenica 22 aprile 2012

Colombia, nasce il movimento che sfida la vecchia politica corrotta

da www.eilmensile.it

20 aprile 2012versione stampabile
Stella Spinelli
Un nuovo movimento sociale e politico sta cercando di farsi spazio nello scenario nazionale, nell’intento di rivoluzionare la maniera di far politica in Colombia. Si chiama Marcha Patriótica e nasce dalla “confluenza di organizzazioni sociali e popolari che hanno deciso di avanzare conformando un movimento il cui obiettivo è rivendicare temi abbandonati dalla politica tradizionale, quali l’educazione, la terra, la democrazia, il lavoro degno e la salute”. A spiegarlo è Andrés Gil dell’Associazione contadina della Valle del fiume Cimitarra, uno dei gruppi più strutturati e determinati del paese, vincitore anche del premio nazionale di Pace 2010. Sarà Gil, infatti, insieme a David Flores – leader degli studenti dell’Università Nazionale – il portavoce della Marcha. “Sono più di 1500 in 26 dipartimenti del paese le associazioni che fanno parte di questo grande movimento – spiega -. Vogliamo sovvertire la tradizione politica del caudillismo. Tutti noi apparteniamo a un collettivo che non vuole avere a che fare con la creazione di singole personalità. Avremo solo dei portavoce che ruoteranno, perché tanti e diversi sono i leader coinvolti”.
La Marcha, che sarà lanciata ufficialmente domani e domenica, ha già ottenuto l’appoggio di personaggi chiave del mondo politico colombiano: si va dalla senatrice Gloria Inés Ramírez del Polo democratico alternativo, alla combattiva Gloria Cuartas, ex sindaco del martoriato Apartadó ed ex senatrice appartenente alla Ong Colombianos y Colombianas por la Paz della quale è leader Piedad Córdoba, fautrice del più costruttivo dei dialoghi mai tentati con le Farc e anche lei strenua sostenitrice del nuovo movimento.
A finanziarlo, una grande “mucca” nazionale – come la definisce Gil – nella quale le distinte delegazioni regionali hanno concentrato i propri sforzi. “Con questo metodo abbiamo racimolato un milione di buoni per un valore di 5mila dollari – spiega – e questo dimostra che unirci per uno stesso fine è la strada per far tornare grandi le nostre lotte. Ci hanno più volte avvertito che per ottenere visibilità occorre molto denaro, ma che sia chiaro che se questo significa scendere a patti con oscuri interessi noi scegliamo di non farci pubblicità”.
Un movimento, questo, che già dimostra di restare indigesto al Governo e quindi all’Esercito. Ancora prima dell’uscita ufficiale, infatti, cominciano a rincorrersi le voci che si tratti di un partito filo-Farc, la tipica accusa che in Colombia si usa per screditare personaggi scomodi e per lasciare libera azione a chi li vuole eliminare. Ad accusare Marcha Patriótica di essere “infiltrata” dalla guerriglia è stato, infatti, il generale Sergio Mantilla, comandante dell’Esercito, che non ha certo perso tempo. E a diffondere questa lettura forzata degli eventi è stata Colombia Estéreo, l’emittente ufficiale dell’Esercito.
“Questo non ci stupisce – precisa Flores – perché ogni volta che c’è un’iniziativa grande e importante che minaccia la politica classica arriva questo tipo di segnalazione. Ma noi colombiani siamo stanchi che tre giorni prima di ogni mobilitazione sociale appaia un computer sequestrato dagli 007 militari nel quale ci sono documenti che ci accusano di quello o di quell’altra cosa. Chiediamo al Governo che questo non accada più e facciamo ricadere su di lui la responsabilità di qualsiasi cosa accadrà ai membri di Marcha Patriótica”. “Invitiamo – aggiunge Gil – il presidente Santos e l’establishment militare a dimostrare quanto stanno affermando, ma li invitiamo anche a conoscerci e a sedersi per ascoltarci”.
L’atteggiamento dell’esercito – secondo quanto denuncia la delegazione Norte de Santader che ha subito direttamente le pesanti accuse della radio militare – dimostra che il suo interesse e quello dello Stato non è altro che azzittire l’immensa moltitudine di colombiani stanchi delle invenzioni per depistarci dalla verità e continuare a governare senza problemi. Ci appelliamo alla comunità internazionale affinché seguano costantemente questa nostra iniziativa, fatta da un popolo che cerca di uscire democraticamente dal conflitto senza che altro sangue venga versato”.
Tra sabato e domenica, dunque, nel centro convegni Gonzalo Jiménez de Quesada di Bogotá, 3.500 delegati di tutto il paese e 100 delegati internazionali si riuniranno per costruire i principi del movimento. Lunedì, invece, si terranno appuntamenti culturali, artistici e politici. “Marceremo fino a piazza de Bolívar dove con allegria, canti e balli battezzeremo questo movimento sociale – spiega Gil -. Ci sarà infatti un gran concerto. Sarà una giornata di festa per dar vita a un movimento che promette di fare una politica diversa”.

sabato 14 aprile 2012

Tensione Argentina-Spagna: gruppo Ypf verso la nazionalizzazione perché Repsol non investe più

da www.ilsole24ore.com
Cristina Fernandez de KirchnerCristina Fernandez de Kirchner

BUENOS AIRES - Tensione alle stelle tra Argentina e Spagna. La disputa è sull'energia e l'oggetto del contendere è Ypf, società energetica argentina ora controllata da Repsol, il primo gruppo energetico spagnolo. Dopo settimane di rumor e indiscrezioni al congresso argentino, da un paio di giorni, circola una bozza di decreto che consentirebbe agli argentini di salire al 50,01% delle azioni Ypf. In altre parole, una nazionalizzazione per un'impresa che il governo di Cristina Fernandez de Kirchner potrebbe dichiarare «di pubblica utilità».

La Ypf, compagnia petrolifera argentina, venne privatizzata dal governo di Carlos Menem nel 1992; e nel 1999 Repsol acquisì il 25% del pacchetto azionario, salito poi al 57 per cento. L'iniziativa della presidenta, di cui si parla da tempo e con relativi alti e bassi delle azioni di Ypf a Buenos Aires e a Wall Street, è dovuta al fatto che, secondo il governo, Repsol non ha effettuato i necessari investimenti nel Paese: nel 2011 l'Argentina ha importato petrolio e gas per 10 miliardi di dollari. Una voragine che potrebbe dilatarsi ancora e raggiungere i 12 miliardi quest'anno, con i relativi problemi per la bilancia dei pagamenti. Accusata di non voler più investire nel Paese, Repsol si è vista ritirare 16 concessioni petrolifere in diverse province.

Da molti giorni è arrivato a Buenos Aires il presidente di Repsol, Antonio Brufau, per trovare una soluzione al problema. Ma per ora non si intravedono vie di uscita, tanto che il governo spagnolo ieri si è spinto a dichiarare l'eventuale nazionalizzazione argentina come un atto di «ostilità contro la Spagna». Ieri è intervenuta la Commissione europea, preoccupata per il caso Ypf. «Speriamo che l'Argentina rispetti gli impegni sulla protezione degli investimenti esteri», ha indicato il portavoce della Commissione che però ha precisato che attualmente la tutela degli investimenti Ue in Argentina non rientra negli accordi in vigore Ue-Mercosur.

mercoledì 11 aprile 2012

Bolivia, passo indietro di Evo Morales per l’autostrada che attraverserà l’Amazzonia

da www.ilfattoquotidiano.it

Il presidente 'indigeno' ha avviato le procedure per annullare il contratto che lega il governo alla società brasiliana a cui era stata affidata l'opera. Secondo La Paz, l'azienda non ha tenuto conto delle raccomandazioni e ha sospeso senza giustificazioni i lavori nei due tratti esterni dell'infrastruttura

Il presidente boliviano Evo Morales

Il controverso progetto di un’autostrada attraverso la foresta amazzonica torna al centro della politica boliviana. Il presidente Evo Morales ha annunciato di aver avviato le procedure per rescindere il contratto che lega il governo di La Paz alla società brasiliana Oas, cui erano stati affidati i lavori. La decisione è stata comunicata quando mancano due settimane alla prevista marcia degli indigeni contro un’infrastruttura che andrebbe a intaccare l’ecosistema amazzonico.

“L’annullamento è dovuto alle inadempienze della Oas” ha spiegato il presidente in conferenza stampa. Secondo la denuncia del governo boliviano, la società brasiliana non ha tenuto conto delle raccomandazioni e ha sospeso senza giustificazioni né autorizzazioni i lavori nei due tratti esterni dell’autostrada. Lo scorso settembre il primo presidente indigeno dell’America Latina fu invece costretto a sospendere la costruzione del tratto centrale del progetto, il più contestato.

Un tratto dei quasi 600 chilometri di autostrada che – assieme a oltre 800 di vie fluviali – dovrebbero collegare Manaus, capitale dello Stato brasiliano di Amazonas, con Manta, porto ecuadoriano sul Pacifico, sarebbero infatti dovuti passare attraverso il parco nazionale Isiboro Secure, più conosciuto con l’acronimo Tipnis, una delle zone più incontaminate dell’Amazzonia boliviana, ricca di biodiversità e abitata da almeno 50 mila indigeni che vivono di caccia, pesca e agricoltura.

A spingere il governo Morales verso il passo indietro furono una lunga marcia di protesta delle comunità amazzoniche nell’agosto scorso e la successiva ondata di manifestazioni in risposta all’irruzione della polizia in un accampamento allestito dagli indigeni lungo il percorso, nella zona di Yucomo nel Nordest del Paese. La durezza dell’intervento degli agenti portò alle dimissioni dell’allora ministro della Difesa, Cecilia Chacón.

Il caso era tornato d’attualità lo scorso gennaio, quando un’altra marcia indigena arrivò nella capitale La Paz, questa volta per sostenere la costruzione dell’autostrada, considerata una priorità per lo sviluppo economico della regione. Lo stesso Morales ha sempre considerato un’opportunità il progetto da 420 milioni di dollari, all’80 per cento finanziato dalla Banca brasiliana per lo Sviluppo economico e sociale. Per i gruppi d’opposizione, la nuova marcia, durata 40 giorni, era in realtà una mossa dei sostenitori del governo.

Ad animare la marcia erano soprattutto coltivatori di coca delle regione di Chapare, vicino a Villa Tunari, culla della carriera politica del presidente iniziata come sindacalista e difensore dei diritti e delle tradizioni dei cocaleros. Gli stessi che, secondo i detrattori, vorrebbero occupare le terre del Tipnis lungo cui corre la strada, per le loro coltivazioni. La protesta contro il progetto era stata un duro colpo per il presidente Morales che ha fatto del rispetto della natura uno dei capisaldi della propria politica ma che negli ultimi anni è stato accusato di favorire gli interessi economici e l’attività delle industrie minerarie. Accuse che hanno minato i rapporti tra Morales e i gruppi che lo sostennero nella campagna elettorale del 2005.

Morales è ancora popolare tra la maggioranza indigena dei quechua e degli aymara nell’occidente andino, ma i nativi dell’Amazzonia non gli perdonano quello che considerano un tradimento dei principi di difesa della Pachamama sanciti dalla Costituzione approvata dalla maggioranza degli elettori a gennaio del 2009. Non è ancora chiaro se la Oas riceverà indennizzi per la rescissione del contratto. Sulla società brasiliana pesano anche le accuse di altre inadempienze con La Paz: una per una strada che collega le città meridionali di Potosì e Tarija e che avrebbe dovuto essere completata entro lo scorso dicembre; l’altra tra Potosì e Uyuni i cui lavori sarebbero dovuti terminare nel 2010. Incerto è anche il destino dell’autostrada amazzonica che sarà deciso dal referendum nelle province orientali di Cochabamba e Beni, fissato a maggio, così come prevede la Costituzione boliviana. Tuttavia, denunciano gli oppositori, prima ancora che la consultazione fosse indetta, i contratti era già stati firmati.

di Andrea Pira

giovedì 5 aprile 2012

Cile, via libera al progetto che ‘sommergerà’ la Patagonia

da www.eilmensile.it

5 aprile 2012versione stampabile

Dura sconfitta per i movimenti ambientalisti cileni. La Corte Suprema, infatti, ha respinto il loro ricorso contro HidroAysen, join venture tra le società energetiche Endesa e Cile Coolbun. Alla base del ricorso degli ambientalisti, un progetto di HidroAyesn che prevede l’inondazione di 6mila ettari di terra in Patagonia.

La decisione della Corte Suprema segue una sentenza dell’ottobre 2011, anche questa favorevole a JidroAysen. Adesso, il progetto è legalemente regolare, l’ultima frontiera è quella politica, con l’ok definitivo del governo cileno che deve ancora arrivare, ma questa appare soltanto come una formalità, al momento.

Così, se ci sarà l’ok del governo, il progetto dovrebbe partire nel 2014 e durare almeno dieci anni. Per HidroAysen si tratta di un progetto che “rappresenta una via sostenibile, affidabile ed ecologica per la produzione di energia”.