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domenica 26 febbraio 2012

La Paz, manganellate sui disabili

da www.avvenire.it

BOLIVIA

​ Hanno attraversato mezza Bolivia a piedi, afferrandosi alle stampelle, o in sedia a rotelle: 1.400 faticosissimi chilometri per chiedere un sussidio di 431 dollari all’anno. Centinaia di disabili boliviani sono arrivati a La Paz per esigere al governo di Evo Morales più aiuti: per arrivare a fine mese, acquistare medicine, assistere familiari in gravissime condizioni. Ma nella capitale, la “Carovana per l’integrazione” si è scontrata con una reazione agghiacciante.

Nella piazza di Murillo un massiccio cordone di polizia ha impedito ai manifestanti di avvicinarsi al Palazzo Quemado, sede della presidenza boliviana. Un muro di agenti ha bloccato i disabili e in pochi minuti è esplosa la tensione: le terribili immagini della repressione del corteo hanno fatto il giro del mondo, sollevando l’indignazione dell’opinione pubblica.

Alcuni disabili hanno cercato di sfondare la barriera della polizia per avvicinarsi al palazzo governativo, ma gli agenti lo hanno impedito: la stampa locale parla di manganellate, gas lacrimogeni e addirittura scariche di elettricità (con apposite pistole) applicate alle sedie a rotelle. I disabili, a loro volta, avrebbero usato stampelle, pietre e bastoni per rispondere alla polizia. Sotto lo sguardo sconvolto dei passanti, un gruppo di uomini ha deciso di spogliarsi fino alla cinta, mostrando i segni della malattia e delle lesioni. Un manifestante ha abbandonato la sua sedia a rotelle per arrampicarsi con enorme difficoltà su un veicolo antisommossa piazzato di fronte al corteo: ha rotto il parabrezza a pugni. Nel caos, fra grida e lacrimogeni, c’erano anche molte donne: madri con figli cerebrolesi, mogli che accompagnavano mariti semi-paralizzati. Gesti di disperazione e brutalità sono andati avanti per due ore nel cuore di La Paz: alla fine, nella piazza di Murillo, c’erano cinque civili e quattro agenti feriti.

«Queste violenze degradano la democrazia, non risolvono i problemi», lamenta il Difensore civico della Bolivia, Gregorio Lanza. Uno dei portavoce dei disabili, Camilo Bianchi, ha assicurato che non ci saranno più scontri con la polizia («anche loro sono fratelli pagati male»), ma ha annunciato uno “sciopero della fame assoluto”: «Se Evo Morales non ci lascerà entrare in piazza, ci saranno dei sacrifici di disabili». Al centro del braccio di ferro con il presidente c’è l’assegno che il governo di sinistra – principale alleato dell’esecutivo venezuelano di Hugo Chavez – ha approvato per uno dei settori più penalizzati della società: 143 dollari annuali, ovvero 40 centesimi di dollaro al giorno. Una delle manifestanti – mamma di un tredicenne con paralisi cerebrale – ha assicurato che nel suo caso la spesa mensile per i farmaci sfiora i 600 dollari. Nel 2008 Morales annunciò la creazione di un fondo a sostengo dei disabili che oggi dovrebbe essere dotato di 23 milioni di dollari: il governo prevede la concessione soltanto del 10 per cento di quella somma, denunciano. Nessuna elemosina, avvertono gli interessati: il sussidio concesso ai detenuti in carcere è superiore a quello per i disabili.

«Sono dei violenti» e degli «irrazionali», accusano le autorità boliviane: la maggior parte dei feriti di La Paz sono poliziotti, sottolinea il governo. Ma la vicenda è destinata a creare un grave imbarazzo nell’esecutivo di Morales, che negli ultimi tempi ha perso alleati politici e sostegno sociale.

Michela Coricelli

© riproduzione riservata

“Senza Fmi si sta meglio”, tutte le balle sull’Argentina

da www.linkiesta.it

Ginevra Visconti

L’adagio è che dopo il default del 2011, l’Argentina sia ripartita. Ma la tragedia ferroviaria di Buenos Aires è il simbolo di un paese che vive in una costante instabilità e insicurezza. La cattiva amministrazione si vede dal sistema ferroviario come quello aereo. Il divario fra ricchi e poveri è in aumento, mentre l’Argentina in pochi anni è stata costretta a passare da paese esportatore a importatore di energia, pur avendo tra le maggiori riserve di gas e petrolio del mondo.

Tifosa argentina a Buenos Aires (Afp)

Tifosa argentina a Buenos Aires (Afp)

25 febbraio 2012 - 18:50

BUENOS AIRES - “Dopo la grande crisi del 2001, l’Argentina è ripartita come un treno”, si sentenzia superficialmente. La metafora oggi casca a pennello, perché la tragedia ferroviaria di mercoledì scorso a Buenos Aires, rivela la vera faccia del paese: un treno senza freni, che viaggia su binari precari e, come dicono gli argentini stessi, “atado con alambre” (tenuto insieme con il fil di ferro). Le Ferrovie Argentine diventano così il simbolo di un paese che, nonostante le apparenze, vive in una costante instabilità e insicurezza. Così, in una limpida e soleggiata mattinata estiva, un treno sovraccaricato di 1500 pendolari entra nell’ora di punta nella centralissima stazione di Once e, per cause ancora incerte, non frena e si schianta.

Un’altra tragedia annunciata, probabilmente. Lo stato deplorabile delle ferrovie argentine desta qualche sospetto e gli argentini un’altra volta si chiedono “quién se hace cargo?” (“chi si assume la responsabilità?”). Cercano le risposte su Facebook, su Twitter, nei blog, più “autentici” della stampa locale. Intanto i responsabili della compagnia Treni di Buenos Aires (TBA) non escludono «l’ errore umano», sostenendo che il treno fosse in buone condizioni, mentre il macchinista, in gravi condizioni, aveva, in una breve dichiarazione, affermato che i freni non funzionavano. La verità tarderà a venir fuori. Non è la prima volta che succede. È una nota tradizione argentina di scaricare le colpe sui più deboli. L’accaduto fa ripensare all’incidente aereo della linea aerea Lapa del 1999 e all’incendio nella discoteca República Cromagnon, che nel 2004, provocò la morte di 194 persone e più di 700 feriti. Il primo, in particolare, mise a nudo l’insicurezza del sistema aeronautico civile argentino: il risultato ufficiale delle indagini aveva attribuito l’incidente a un errore dei piloti. Solo dopo anni, anche grazie al lungo lavoro del pilota e regista Enrique Piñeyro, si arrivò alla conclusione che l’incidente fu causato dalla mancanza di controlli da parte dell’autorità aereonautica, che aveva permesso che l’aereo volasse senza i requisiti di sicurezza necessari.

Oggi, nell’unico aeroporto internazionale del paese, Ezeiza, a pochi chilometri da Buenos Aires, i voli atterrano con controllo manuale per mancanza di radar. Commissionati ad aziende argentine, e regolarmente pagati, i radar non sono mai arrivati. Per questa ragione anche il traffico illecito di droga è fuori controllo: ci sono aerei che entrano ed escono dallo spazio aereo senza essere visti facendo dell’Argentina un importante snodo del commercio internazionale.

Ma tornando alla tragedia di mercoledì, «era meglio se fosse successo ieri, che era un giorno di festa e ci sarebbero stati meno morti», è stata la prima dichiarazione del sottosegretario ai trasporti Juan Pablo Schiavi. Il giorno prima nessuno era andato a lavorare grazie a una nuova festività introdotta dal governo attuale (i giorni festivi in Argentina arrivano così a 17, un record a livello mondiale, in un paese con un costo del lavoro ormai alto). Festività o destino a parte, non si può nascondere che, quello di Once entra prepotentemente tra gli incidenti ferroviari con più morti nella storia. Dal 2010 a oggi se ne contano dieci, in Argentina. È evidente che non può trattarsi di sola sfortuna.

La presidentessa Cristina Kirchner intanto continua a pensare al finanziamento del “Tren Bala”, super veloce, dal costo iperbolico, che mai si farà. È proprio questa dicotomia che spiega l’Argentina: vivere nel mondo virtuale dei desideri, dei sogni e non occuparsi del presente.
Dieci milioni di persone ogni mese transitano in condizioni disagiate sulla linea ferroviaria Sarmiento. Il treno è uno dei mezzi di trasporto più utilizzati nella provincia di Buenos Aires, nonostante le condizioni intollerabili d’igiene, i furti e scippi ricorrenti. I treni, così come i “colectivos”, (gli ingombranti e rumorosissimi autobus gremiti di persone che circolano dappertutto), subiscono guasti e ritardi continui causando enormi difficoltà al traffico e a chi lavora nella capitale. Ma usare l’automobile porta a un destino ancora più incerto. La sicurezza stradale è un altro tasto dolente del paese e non solo per le condizioni preoccupanti in cui versano alcuni mezzi di trasporto, e la maggioranza delle strade. In Argentina nel 2011 sono morte 7mila 500 persone sulle strade, una media di 20 persone al giorno. La superficiale conoscenza delle regole e la trascuratezza nel rispettarle non aiuta a ridurre le statistiche. Guidare per le strade argentine, rimane una vera roulette russa.

La vera insicurezza dell’Argentina insomma sta soprattutto nell’imperizia e nel pressapochismo. A Once 50 persone hanno perso la vita, 700 sono rimaste ferite, di cui 200 in gravi condizioni. «È una questione del governo, non siamo autorizzati a rilasciare dichiarazioni», ha detto un funzionario del ministero dei trasporti interpellato da Linkiesta. Anche a questo gli argentini sono addestrati. Sanno che alla fine il governo manderà avanti qualcuno a metterci la faccia. Intanto i feriti saturano gli ospedali della capitale. C’è solo da augurarsi che non vengano a servire proprio quelle medicine che, da un mese a questa parte, hanno subito la restrizione alle importazioni, sommandosi così alla lunga lista di prodotti che ormai in Argentina non circolano più.

La drastica politica di restrizione alle importazioni messa in atto da Guillermo Moreno, il potente ministro del commercio, ha bloccato le importazioni con il solo fine di ridurre il deficit commerciale argentino, che sta provocando un drenaggio asfissiante delle riserve in dollari del Banco Central. Oggi in Argentina si può importare solo ed esclusivamente con una “Declaración Jurada Anticipada”, che è un’autorizzazione non automatica del ministro, il quale autorizza l’importazione del materiale solo se l’azienda importatrice può dimostrare che esporta un volume significativo di prodotti, eventualmente compensando l’importazione di un prodotto con l’esportazione di un altro di manifattura locale. Un sistema protezionista che ha costretto imprese come Porsche a chiedere al governo l’autorizzazione per importare le sue Boxster, Cayman, Cayenne in cambio di un’ingente esportazione di bottiglie di vino delle prestigiose cantine locali. La meno fortunata casa automobilistica Bmw invece, ha visto clamorosamente cadere il suo fatturato di più del 70% per mancanza di prodotto.

In questo stato di cose, a causa della politica di sussidi dello stato e della penalizzazione delle compagnie petrolifere e produttrici, l’Argentina in pochi anni è stata costretta a passare da paese esportatore a importatore di energia, pur avendo tra le maggiori riserve di gas e petrolio del mondo.

Quella che viaggia ad alta velocità, senza controllo, è l’inflazione, che, strettamente legata alla questione energetica, sta danneggiando seriamente e subdolamente il paese con un importante cambio di comportamento dei consumi. A ciò si somma l’impossibilità di comprare dollari imposta dall’Amministrazione Federale (Afip), che penalizza non solo i singoli, che non possono comprare per uso privato la moneta statunitense, (necessario in un paese in cui la svalutazione è sempre dietro l’angolo), ma anche imprese come per esempio Ypf che non possono pagare l’importazione di benzina.

Tifosi dell’Argentina (Afp)

Ma il treno instabile dell’Argentina deraglia soprattutto sui valori. L’Argentina è un paese apparentemente profondamente cattolico, ma con ideali di riferimento traballanti. Modelle e calciatori facoltosi rimangono gli idoli nazionali, non importa qual sia il loro profilo etico.
Senza addentrarsi nella situazione politica, è sufficiente riflettere sul fatto che in Argentina il voto per i cittadini è obbligatorio e chi non vota è soggetto a multe e condanne penali. Ciò dimostra che la democrazia, pur avendo fatto passi avanti infiniti rispetto alla dittatura militare, è ancora poco radicata nel Dna del paese. Molti sono pagati per andare a votare, così come il milione di disoccupati che sono pagati dallo stato peronista non per lavorare ma per fare invece i famosi “piquetes” (scioperi dei lavoratori disoccupati).

Il governo sostiene un modello che incentiva con sussidi le famiglie povere ad avere bambini, ma senza sposarsi per via del sistema di aiuti sociali. Tramite i sussidi per molti è più conveniente non lavorare che lavorare. In questo modo il sistema peronista kirchnerista li convince a essere dalla loro parte.

È così che l’imperante scissione tra la borghesia terriera e le famiglie povere si va allargando. La prima, conscia del passato (e presente) incerto del paese, continua a tenere i capitali all’estero, (non pagando quindi le tasse in Argentina) producendo livelli di nero che fanno imbarazzare persino il nostro Paese. Per contrasto il resto della popolazione vive, oramai da molti decenni, soggiogato da un livello di populismo sconfinato, che crede nelle “soluzioni facili”, ma che poi finisce, così com’è successo nel 2001, schiantandosi, come un treno appunto.