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lunedì 25 giugno 2012

Paraguay, destituito Fernando Lugo

da www.eilmensile.it

23 giugno 2012versione stampabile
Alessandro Grandi
Fernando Lugo non è più il presidente del Paraguay. Il Senato del Paese l’ha destituito dal suo ruolo dopo l’accusa di “inettitudine e mancanza di decoro”. Al suo posto andrà il vicepresidente Federico Franco (Partito Liberale), 49 anni, medico e fervente cattolico, che ha giurato nella notte.

“Accetto ciò che ha deciso la legge anche se il parlamento è stato raggirato” ha detto Lugo durante il suo ultimo discorso.
Lugo paga la gestione sbagliata degli scontri della scorsa settimana a Curuguaty (250 chilometri a nord dalla capitale), dove 300 agenti della polizia si scontrarono con 150 contadini che avevano occupato la fattoria dell’ex senatore Blad Riquelme, notissimo imprenditore del Paese ed avversario politico del presidente. In quell’occasione morirono otto agenti e nove contadini. L’ex senatore ha sostenuto che fra i contadini ci fossero dei guerriglieri dell’Epp (Ejercito del Pueblo Paragauyo).
Non appena appresa la notizia nella capitale Asuncion i fedelissimi di Fernado Lugo sono scesi per le strade a manifestare il loro dissenso. In diverse zone della città sono scoppiati incidenti, soprattutto nella Piazza delle Armi, dove gruppi di contadini hanno affrontato la polizia, ingaggiando violenti corpo a corpo. Finora non si ha notizia di vittime o feriti, e dalla polizia locale non arrivano informazioni in merito ad eventuali arresti.
Il ministro per l’Adolescenza e l’Infanzia, Liz Torres ha abbandonato il suo incarico. “Tenendo conto che sono stata chiamata a far parte di un progetto per il Paese che tenesse in considerazione la giustizia e la tolleranza, e che ha sempre voluto radicare nella società i principi di giustizia sociale e democrazia, ritengo imprescindibile la mia rinuncia all’incarico” ha detto la Torres. Stessa decisione per Esperanza Martinez, ministro della Salute Pubblica.
La decisione del Senato paraguayano ha scatenato la reazione dei Paesi legati all’Unasur (Unione delle Nazioni Sudamericane), che hanno respinto la messa in stato d’accusa del presidente e hanno minacciato di applicare la “clausola democratica” nei confronti di Asuncion. Questo potrebbe aprire scenari politici nuovi per il Paraguay. “Le cancellerie aderenti all’Unasur – si legge nel comunicato diffuso dall’Organizzazione – riaffermano che è imprescindibile il rispetto delle clausole democratiche votate dal Mercosur, Unsasur e dal Celac. Le cancellerie considerano che le azioni in corso in Paraguay potrebbero essere comprese negli articoli 1, 5 e 6 del Protocollo Addizionale del Trattato Costitutivo dell’Unasur sull’impegno per la democrazia, fatto che potrebbe configurare una minaccia all’ordine democratico, omettendo il rispetto al giusto processo. I Governi dell’Unasur valuteranno quale sia la misura più appropriata per continuare la cooperazione nel quadro dell’integrazione sudamericana”.
Da Quito (Ecuador) il presidente Rafael Correa oltre a ritenere “illegittimo il nuovo esecutivo” ha fatto sapere di essere disposto a chiudere le frontiere se Lugo non verrà “sottoposto a un processo equo”. Bolivia, Argentina e Brasile dal canto loro hanno fatto sapere di non riconoscere il nuovo governo.
Lugo è stato eletto presidente del Paraguay il 20 aprile del 2008 e fu il primo presidente di sinistra del Paese. Ex vescovo della diocesi più povera della nazione, fu sospeso ‘a divinis’ e si dedicò totalmente alle attività politiche. Ora alla guida del Paese torna un liberale, Federico Franco, che negli ultimi tempi aveva duramente contestato Lugo.

lunedì 4 giugno 2012

Perù, emergenza mineraria: decretato lo stato d’emergenza

da www.eilmensile.it

4 giugno 2012versione stampabile
Il governo peruviano ha dichiarato lo stato di emergenza – o di eccezione – nel dipartimento di Espinar, nelle Ande, dopo una settimana di proteste dei lavoratori delle miniere, durante le quali sono morti due manifestanti. Più di 70 gli agenti feriti in scontro violenti che hanno incluso anche blocchi di strade.
Le proteste sono scaturite sia da rivendicazioni salariali sial dal fatto che la miniera di rame di Tintaya, vicino a Cuzco, sta pregiudicando l’ambiente, senza che la propietaria della miniera, l’impresa svizzera Xstrata, investi sufficientemente nell’economia locale. I manifestanti esigono che l’apporto dell’azienda allo sviluppo della zona si elevi dal 3 al 30 percento. Dopotutto Xstrata Copper è il quarto produttore di rame al mondo, con miniere in Cile, Colombia, Argentina e Repubblica domenicana. Nel solo Perù sono quattro i progetti a cui lavora, ma tiene a precisare che non è vero che il suo apporto all’economia peruviana sia piccolo.
Intanto, il presidente del Consiglio dei Ministri, Óscar Valdés, ha decretato lo stato d’emergenza per 30 giorni, nei quali le forze dell’ordine avranno il totla controllo della situazione, e ha invitato la gente a sospendere le proteste e intavolare un dialogo. Le libertà civili di Espinar, dunque, come il diritto di riunione, sono per ora sospese. Eliminate anche le garanzie relative alla libertà di transito, alla sicurezza personale e alla inviolabilità del domicilio. E questo nonostante lo Stato lo abbia applicato per “ristabilire il pieno rispetto dei diritti”.
Si tratta della seconda volta che il presidente Ollanta Humala ricorre a questa misura di forza per gestire l’emergenza mineraria. Lo scorso dicembre toccà alla regione di Cajamarca.

venerdì 18 maggio 2012

Bolivia, Evo Morales agli Stati: “Nazionalizzate le risorse”

da www.eilmensile.it

18 maggio 2012versione stampabile
A.G.
Non ha usato mezzi termini il presidente della Bolivia, Evo Morales, per chiedere ai governi del mondo di nazionalizzare le proprie risorse naturali.
“La presenza dello Stato” ha detto Morales “è fondamentale per lo sviluppo sociale”. Le dichiarazioni sono arrivate dal palco allestito per il congresso della Yacimienetos Petroliferos Fiscales Bolivianos al quale hanno partecipato molte personalità del settore petrolifero pubblico e privato. “Ci sono aziende multinazionali che diventano padrone di troppa ricchezza mentre la povertà di parte del Paese aumenta”.
La Bolivia possiede la seconda riserva di gas naturale più grande al mondo. La prima riserva di gas si trova nel sottosuolo venezuelano.
La ricchezza nella mani di pochi privati crea molta povertà e non consente ai “governi di investire in settori sociali, quali scuola e sanità”.
Le nazionalizzazioni fortemente volute dal presidente Morales in Bolivia hanno consentito un maggiore afflusso di denaro nelle casse dello Stato e sono servite ad alimentare in modo sostanzioso le infrastrutture scolastiche, ospedaliere e sono stati avviati diversi progetti per assistere le donne in gravidanza.
I dati boliviani sono impressionanti. Nel 2005 quando ancora le compagnie multinazionali facevano il bello e il cattivo tempo nel paese andino, gli investimenti per i cittadini non superavano i 500 milioni di dollari. Oggi, sono di poco inferiori ai 5 miliardi di dollari Usa. E tutto questo grazie alle nazionalizzazioni degli idrocarburi.

giovedì 17 maggio 2012

Perù, il governo minaccia gli indigeni

da www.eilmensile.it

17 maggio 2012versione stampabile
Il Perù sta segretamente e attivamente cercando nuove riserve di gas all’interno delle aree tribali protette, in aperta violazione delle leggi che proibiscono lo sviluppo di progetti simili. La denuncia arriva dalla Ong in difesa dei diritti dei nativi Survival International, e riguarda la Riserva Nahua-Nanti nel Perù sud orientale.
Si tratta di una regione che ospita alcune tribù amazzoniche che hanno vissuto finora isolate, senza mai entrare in contatto con altre civiltà. A metterle a rischio, è la presenza degli ampi giacimenti di gas che fanno gola a Lima, la quale pare intenzionata a sfruttarli, calpestando diritti millenari e leggi vincolanti. Queste esplorazioni, infatti, sono state già inserite in un preciso progetto dal nome Camisea. Questo costringerebbe le tribù a sfollare, sradicandosi dalla propria terra, con la quale vivono da sempre in totale sintonia. E questo provocherebbe loro un grande trauma e molto disagio e rischi di sopravvivenza. Che aumenteranno se questi popoli si troveranno a vis à vis con ‘gli stranieri’, con la conseguenza che potrebbero persino morire per un raffreddore.
Soltanto il mese scorso, nonostante nella riserva si estenda già il 75 percento di un grande deposito di gas, il ministero alle Miniere e all’Energia ha autorizzato il Consorzio Camisea a condurre ulteriori prospezioni nell’area e oggi è andato decisamente oltre. Sono trapelati, infatti, i progetti di sfruttamento del primo giacimento petrolifero statale all’interno dell’area legalmente protetta. E secondo le informazioni avute da Survival International, il nuovo sito petrolifero si chiama Fitzcarrald, è di proprietà della Petroperu e dovrebbe essere sviluppato ad est del Blocco Camisea numero 88. In aprile, il Perù ha autorizzato il Consorzio Camisea ad espandere ulteriormente i suoi campi di sfruttamento del gas all’interno della terra indigena protetta.
“Non c’è alcun dubbio che il governo stia tentando di fare a pezzi i territori indigeni per consentire la prospezione del gas – ha dichiarato a Survival l’organizzazione indigena peruviana Fenamad, “e questo provocherà tra i popoli indigeni genocidio ed etnocidio”.
I nuovi progetti violano apertamente il Decreto Supremo del 2003, che proibisce qualunque nuovo sfruttamento delle risorse naturali all’interno della Riserva Nahua-Nanti.
“Questi passi, non solo pregiudicano il futuro dei popoli indigeni e delle tribù contattate che vivono nella riserva – ha commentato oggi Stephen Corry, direttore generale di Survival International  – ma oltretutto sono assolutamente illegali. Le esplorazioni di gas e petrolio condotte in questa stessa area anni fa avevano decimato le tribù ed è quindi sorprendente che il governo si stia preparando a vedere ripetersi la storia, incurante di qualsiasi conseguenza”.

domenica 6 maggio 2012

I segnali di Chávez e le certezze della Bolivia

da temi.repubblica.it/limes

di Niccolò Locatelli
RUBRICA IL MONDO OGNI SETTIMANA La sua salute è un segreto di Stato, ma molti indizi fanno pensare che il presidente del Venezuela stia per uscire di scena. La rivoluzione bolivariana potrebbe non sopravvivergli. Morales nazionalizza ma cerca un accordo con la Spagna.

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(Carta di Laura Canali tratta da Limes  2/07 "Chávez-Castro l'Antiamerica")
AMERICA LATINA
I segnali di Chávez e le certezze della BoliviaAnche quest'anno il presidente del Venezuela Hugo Chávez e il suo omologo boliviano Evo Morales hanno onorato la festa dei lavoratori. A Caracas è stata approvata il 30 aprile la nuova Legge del lavoro che prevede la riduzione delle ore lavorative settimanali da 44 a 40 per i lavori giornalieri e da 40 a 35 per quelli notturni. A La Paz (sede del governo boliviano, la capitale amministrativa è Sucre) il primo maggio è stata nazionalizzata Transportadora de Electricidad, filiale di Red Electrica de España (Ree) che gestisce oltre il 70% della fornitura di elettricità nel paese andino.


I due presidenti non sono nuovi a mosse di questo tipo: il primo maggio 2006 Morales nazionalizzò le risorse di gas, nel 2010 quattro centrali elettriche. Chávez nel 2007 ha statalizzato il controllo operativo dei progetti di esplorazione e sfruttamento della fascia dell'Orinoco, dove sono concentrate riserve di petrolio tra le più vaste al mondo.


Solitamente liquidati come populisti e contrapposti alla sinistra “responsabile” di Lula, i capi di Stato di Bolivia e Venezuela sono anch'essi il prodotto della democrazia e della fallimentare stagione dell'ortodossia neoliberale seguita alla crisi del debito (1982). Sono arrivati alla presidenza cavalcando il malcontento delle popolazioni e offrendo un'alternativa radicale - alternativa evidentemente apprezzata, visto che sono stati entrambi rieletti in regolari elezioni. Sucre e Caracas sono ora legate da una solida alleanza che comprende anche Cuba e altri Stati della regione e che è basata sull'opposizione all'egemonia economica, finanziaria e diplomatica degli Stati Uniti in America Latina e nel mondo.


È troppo presto per stabilire l'effetto economico di queste decisioni, ma il loro valore simbolico è chiaro: Morales vuole ridare allo Stato un ruolo centrale nell'economia. Chávez spera di monetizzare il provvedimento alle elezioni presidenziali di ottobre, anche se la possibilità che non riesca ad arrivare vivo all'appuntamento elettorale sono in aumento. Un paragrafo sulla Bolivia prima di passare al Venezuela.

A parità di nazionalizzazioni, ci sono due differenze tra l'esproprio parziale di Repsol-Ypf in Argentina di due settimane fa e quello totale della controllata boliviana di Ree. La succursale argentina di Repsol garantiva alla casa madre quasi il 50% dei suoi profitti, mentre Transportadora de Electricidad aveva perso gran parte del suo valore. Nel caso boliviano gli interessi della Spagna sono colpiti direttamente, dato che lo Stato è azionista di Ree (ne controlla il 20%), ma molto probabilmente saranno più tutelati che in Argentina: La Paz è già in trattative cordiali per stabilire l'indennizzo, e tutta l'operazione di nazionalizzazione si sta compiendo senza il corollario di insulti e polemiche che si stanno scambiando Madrid e Buenos Aires. Date le specificità del paese andino (tra le altre, il 62% della popolazione indigena), difficilmente quello che succede in Bolivia ha un impatto diretto sul resto del mondo.


Il discorso per il Venezuela è diverso, non solo perchè si tratta del dodicesimo produttore ed esportatore di petrolio al mondo (e del secondo per riserve accertate), ma anche perché le risorse dell'oro nero sono state sfruttate in questi anni dal colonnello Chávez per accarezzare sogni di potenza egemone nella sua regione. Strumentale a questo disegno la retorica continua contro gli Stati Uniti d'America e le istituzioni a loro vicine (ultima in ordine di tempo la Commissione interamericana dei diritti umani, organo dell'Organizzazione degli Stati americani dal quale il presidente venezuelano è tornato a minacciare l'autoesclusione). Il fatto che gli Usa siano il primo partner commerciale di Caracas viene convenientemente taciuto.


A pochi mesi dalle elezioni presidenziali, il Venezuela vive una fase di profondissima incertezza dovuta a due variabili: la sorte di Chávez e quella della rivoluzione bolivariana. La salute del presidente è segreto di Stato: ufficialmente si sa solo che nel 2011 è stato operato di cancro ma che il tumore si è manifestato di nuovo. Ultimamente Hugo trascorre sempre più tempo a Cuba, dove si cura sotto l'occhio dei suoi alleati più importanti, i fratelli Castro. In questo quadro di segretezza quasi assoluta - che il giornalista antichavista Nelsón Bocaranda cerca di rompere attraverso le sue fonti, finora attendibili - alcuni segnali giunti nell'ultimo mese fanno pensare che la scomparsa del presidente, o comunque la sua impossibilità di esercitare la carica per un ulteriore mandato, siano eventualità all'ordine del giorno.

Ha iniziato lo stesso Chávez, che durante una messa si è rivolto direttamente a Dio chiedendogli la vita; ha continuato Wilmar Castro, il governatore dello Stato di Portoghesa e membro del Partido Socialista Unido de Venezuela (Psuv, chavista), che ha paventato uno scenario con il presidente, uno senza di lui e uno senza elezioni; ha concluso il Castro più famoso, Fidel, che in una delle sue “riflessioni” ha smentito la presenza di divisioni all'interno della cupola venezuelana “nel caso il presidente non riuscisse a superare la malattia”.


Più delle parole, un fatto: l'attivazione del Consiglio di Stato, un organo consultivo del governo previsto dalla Costituzione del 1999 ma rimasto sulla carta fino a questa settimana. Composto dal vicepresidente Elías Jaua e da altri 5 membri, potrebbe fungere da governo de facto e da incubatore del sostituto di Chávez alle elezioni, se questi non ce la facesse. Mentre l'opposizione si è stretta attorno alla figura di Henrique Capriles in vista del voto, al momento non c'è, o non si conosce, un piano B degli alleati del colonnello. I sondaggi dicono che Capriles perderebbe contro Hugo, ma vincerebbe contro ogni altro eventuale candidato governativo.

Con la fine terrena o politica di Chávez potrebbe quindi terminare anche la rivoluzione bolivariana, che in Venezuela ha significato maggiore attenzione ai bisogni primari delle classi più basse ma anche limitazione del pluralismo, aumento della violenza e corruzione ai più alti livelli.


Anche all'apparato politico-militare cresciuto all'ombra del comandante in questi anni arrivano segnali allarmanti: l'ex magistrato del Tribunale supremo di giustizia Eladio Aponte Aponte, estromesso dall'incarico per presunti legami con il narcotraffico, è volato negli Usa e collabora con la Dea (l'agenzia antidroga statunitense): secondo lui alcune figure di spicco del chavismo - come il neoministro della Difesa Henry Rangel Silva e il presidente dell'Assemblea nazionale Diosdado Cabello - avrebbero legami con i cartelli della droga e con la guerriglia colombiana delle Farc. Due recenti omicidi eccellenti (un generale dell'esercito e l'ex governatore di Apure) potrebbero essere legati al narcotraffico.

Secondo l'Iiss i chavisti senza Chávez potrebbero tentare di conservare il proprio potere in maniera non costituzionale. Difficilmente tale mossa verrebbe ben accolta dalla popolazione, che nel 2011 è stata la più favorevole di tutta l'America Latina al sistema democratico.



In settimana dalla Bolivia sono arrivate notizie, dal Venezuela segnali. L'incertezza sul destino di Chávez persiste. L'unica certezza è che sarà impossibile non occuparsi ancora del colonnello bolivariano e del suo paese.

Il mondo ogni settimana è una rubrica che cerca di raccogliere e analizzare gli eventi più interessanti (non necessariamente i più popolari) dell'attualità internazionale, privilegiando temi geopolitici ed economici. Questa puntata riguarda i giorni tra il 30 aprile e il 6 maggio 2012. Per leggere le puntate precedenti clicca qui; la rubrica è anche su rss, facebook e twitter (profilo dell'autore).
(6/05/2012)

giovedì 26 aprile 2012

Nazionalizzazione degli idrocarburi, l’Argentina chiude il cerchio

da temi.repubblica.it/limes

di Maurizio Stefanini
Maurizio StefaniniRUBRICA ALTREAMERICHE. In America Latina la proprietà statale - assoluta o parziale - delle imprese petrolifere è la norma. Nel caso Repsol-Ypf stupisce l'aggressività, ma la Spagna è in crisi e ha pochi strumenti per difendersi.

Il nazionalismo economico argentino | La scommessa di Cristina su Repsol-Ypf

(Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/07 "Il clima dell'energia")
Fu nel 1907 che in Argentina fu scoperto il primo pozzo di petrolio presso la città di Comodoro Rivadavia, nella provincia patagonica di Chubut. Fu durante la prima presidenza del gran padre nobile del radicalismo argentino Hipólito Yrigoyen, tra 1916 e 1922, che con lo sviluppo dell’esplorazione venne costituita la Dirección General de Explotación del Petróleo, con l’obiettivo di regolare l’attività delle società petrolifere straniere che avevano cominciato a venire nel paese. E fu il 16 ottobre del 1922 che il suo successore Marcelo Torcuato de Alvear, anche lui radicale, trasformò la Dirección nella Yacimientos Petrolíferos Fiscales (Ypf), con direttore il generale Enrique Mosconi, un ufficiale proveniente dal Genio che durante un corso di perfezionamento in Germania aveva scoperto e studiato con attenzione l’economista teorico del protezionismo Friedrich List.

Questo per ricordare che l’Ypf risale a prima di Perón e che si tratta addirittura della prima società petrolifera di Stato al mondo, dopo l’esperienza sovietica. Se vogliamo, dunque, la prima in assoluto, visto che la Russia di Lenin aveva in realtà nazionalizzato non il petrolio, ma tutta l’economia. La Ypf fu dunque il modello che ebbe presente il presidente messicano Lázaro Cárdenas quando nel 1938 decise a sua volta di nazionalizzare il petrolio, scontrandosi duramente con le multinazionali e creando la Petróleos Mexicanos (Pemex). L’esempio di Cárdenas fu a sua volta seguito a partire dagli altri Cinquanta da tutti gli altri paesi produttori, che a loro volta si misero a nazionalizzare il petrolio o comunque a costituire le grandi imprese di Stato che col tempo hanno finito per affiancarsi quelle che Enrico Mattei chiamava “Sette Sorelle”.


Tuttora, in quasi tutti i paesi latinoamericani esiste una società di Stato che controlla la gran parte delle risorse di idrocarburi. Del 20% di riserve di petrolio che secondo le stime più aggiornate si trovano nella regione, almeno l’85% è sotto il suolo del Venezuela, per il quale il greggio rappresenta il 90% dell’export. In Venezuela con la nazionalizzazione del primo gennaio 1976 fu costituita la Petróleos de Venezuela (Pdvsa), società di Stato ma autonoma fino al 2001, quando Chávez vi impose un controllo più stretto anche per utilizzarne le risorse a fini che i suoi estimatori definiscono di sviluppo sociale e i suoi critici di crassa clientela.


La Petróleo Brasileiro (Petrobras) esiste dal 1953, ma è diventata più importante con le recenti scoperte off-shore nell’Atlantico del Sud, che hanno elevato la quota brasiliana al 5% delle riserve della regione. Prima impresa del paese e ottava del mondo, la Petrobras è controllata dallo Stato per una quota che nel 2010 è stata portata al 64% del pacchetto azionario; il resto è aperto ai privati, cui sono anche affidati molti dei lavori di prospezione. C’è poi la già citata Pemex, integralmente statale; la Empresa Colombiana de Petróleos (Ecopetrol), creata nel 1951; la Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos (Ypfb), che esiste dal 1936, fu parzialmente privatizzata nel 1997, ma con la nazionalizzazione del primo maggio 2006 ha avuto dal governo di Evo Morales l’esclusiva sull’intero processo produttivo; la Empresa Estatal Petróleos del Ecuador (Petroecuador), che esiste dal 1989 ed è statale al 100%, anche se lavora in associazione con terzi, cui comunque il governo di Rafael Correa ha imposto nuove tasse all’export. Dal 1969 esiste anche Petróleos del Perú (Petroperu), che convive con imprese straniere, cui anche il nuovo governo di Ollanta Humala ha aumentato il prelievo fiscale.

Decollata in particolare nel 1925 con la costruzione della grande raffineria di La Plata, a 60 km da Buenos Aires, la Ypf restò egemone non tanto grazie a Perón, ma in seguito al suo rovesciamento. Malgrado lo stereotipo sul generale nazionalista, infatti, Perón si era convinto della necessità di rendere più efficiente il settore petrolifero argentino attraverso l’innesto di un corposo know-how straniero, e aveva raggiunto un accordo con la Standard Oil of California che però saltò in seguito al golpe del 1955. La Ypf raggiunse il suo culmine attorno al 1970. In seguito iniziò a decadere, e dopo il 1983 il regime militare lasciò alla restaurata democrazia una situazione di crisi che nel 1989 l’amministrazione di Carlos Saúl Menem tentò di risolvere attraverso l’inizio del processo di privatizzazione che avrebbe portato 10 anni dopo alla vendita del pacchetto di maggioranza alla società spagnola Repsol: un 85% delle azioni, che fu pagato 15,169 miliardi di dollari.


I critici ricordano che all’epoca i coniugi Kirchner avevano approvato la privatizzazione, ma se è per questo anche Menem ha annunciato che da senatore darà ora il suo voto a favore della rinazionalizzazione. In Spagna aggiungono che dopo la fusione con la Repsol i conti della Ypf sono tornati in attivo; il governo argentino ha invece sostenuto che con la gestione spagnola l’Argentina era stata costretta ad aumentare la propria importazione di petrolio dall’estero. Forse le due tesi non sono necessariamente antitetiche: un’impresa di Stato può ben decidere di privilegiare le esigenze di autosufficienza energetica di un paese a quelle di redditività che invece per un’impresa privata sono prevalenti.


A parte ciò, la Kirchner ha anche accusato gli spagnoli di aver fatto cadere la produzione argentina preferendo rimpatriare gli utili piuttosto che reinvestirli: un’accusa cui è stato risposto che in realtà sono i giacimenti argentini che si stanno esaurendo. Un'altra accusa alla Repsol è stata di non aver previsto il boom economico argentino.


Al di là del merito di queste accuse e del tono polemico utilizzato, Kirchner aveva sostanzialmente ragione quando, nell’annunciare l’esproprio del 51% delle azioni, ha detto che in America Latina l’Argentina era l’unico paese a non controllare la propria società petrolifera nazionale: una situazione che evidentemente non poteva continuare, nel nuovo clima nazionalista che contraddistingue il paese. Ovviamente, però, un conto è convenire sull’inevitabilità di un ritorno a un regime di controllo statale sulle risorse di idrocarburi; un conto il modo aggressivo con cui la cosa è stata fatta, in un momento in cui non solo la Spagna è in crisi ma questa crisi minaccia di contagiare l’intera Europa, e anche un crollo delle azioni delle Repsol poteva dunque trascinare in basso l’intero Continente.


Quando Néstor Kirchner nel 2003 era diventato presidente con una piattaforma di ritorno a un forte dirigismo in aperta polemica con il modello dell’era Menem, piuttosto che rinazionalizzare la Ypf nel 2004 aveva preferito costruire la nuova società petrolifera di Stato Energía Argentina Sociedad Anónima (Enarsa), che sull’onda dei buoni rapporti con Chávez ebbe l’aiuto della venezuelana Pdvsa. Nel dicembre 2007 c’era stato anche un rientro di proprietà argentina nella Ypf attraverso l’acquisto del 14,9% da parte del gruppo Petersen, che nel maggio del 2011 aveva portato questa quota al 25.46%.


Le voci di esproprio si erano fatte più insistenti negli ultimi mesi, mentre una dopo l’altra 6 provincie revocavano le concessioni, riducendo la capacità della Ypf del 12%. Quando infine i giornali argentini avevano dato la nazionalizzazione per imminente mentre alla società non arrivava nessuna notizia, venerdì 13 aprile l’ambasciatore argentino a Madrid Carlo Antonio Bettini era stato convocato per 45 minuti dal ministro degli Esteri José Manuel García-Margallo, che lo aveva avvertito: “qualunque aggressione contro Repsol, violando i principi della sicurezza giuridica, sarà considerata come un’aggressione contro il governo spagnolo, che prenderà le misure che consideri opportune”. Il governo Rajoy aveva pure fatto sapere di aver mobilitato gli Stati Uniti, il Messico come presidente di turno del G20, la Colombia come ospitante del Vertice delle Americhe e l’Ue. Barroso aveva subito chiamato Cristina Kirchner, mentre il portavoce dell’esecutivo comunitario Olivier Bailly aveva ricordato a Buenos Aires che l’Europa “sta dalla parte della Spagna”. In effetti nel fine settimana il ministro dell’Industria spagnolo José Manuel Soria poteva annunciare che l’allarme sembrava rientrato.


Invece, Cristina Kirchner aveva semplicemente rinviato il colpo a dopo il Vertice di Cartagena. Lunedì 16 aprile, nella tarda mattinata argentina, ha annunciato che la produzione di idrocarburi sarebbe stata considerata interesse pubblico, e che il 51% delle azioni della Ypf sarebbe poi passato allo Stato: di questa quota poi il 49% sarebbe stato ridistribuito alle provincie. Nessuna indicazione sul risarcimento da dare, per la società che rappresentava metà della produzione e delle riserve della Repsol e un terzo delle entrate. Soria ha subito annunciato misure “chiare e incisive” e García-Margallo ha parlato di rottura della “relazione di amicizia e cordialità tra i due paesi”, spiegando che l’Argentina si era “sparata su un piede”.

La Repsol, che alla notizia della nazionalizzazione della sua filiale argentina ha subito perso in Borsa il 5,4%, ha chiesto 8 miliardi di euro di indennizzo, che però il viceministro dell’Economia Alex Kicillof ha detto di non voler pagare, accusando gli spagnoli di aver truccato i conti. La Commissione europea ha sospeso una commissione bilaterale, mentre il commissario al Commercio e all’Investimento Karel de Gucht inviava all’Argentina una lettera di “seria preoccupazione” per il “segnale molto negativo dato agli investitori stranieri” e lo stesso Barroso si diceva “seriamente deluso”.

Di fatto, però, né la Spagna né l’Europa hanno troppi strumenti di rappresaglia. Semplicemente, è stata annullata la preferenza per il biodisel argentino e il Parlamento europeo ha chiesto di togliere altre preferenze doganali. Gli stessi Stati Uniti che pure avevano già sanzionato l’Argentina per un altro contenzioso si sono mostrati freddi. Quanto all’idea di espellere l’Argentina dal G-20, è vero che Buenos Aires ha ricevuto un ammonimento dal gruppo, ma è stato facile fare ironia su Madrid che chiede di cacciare un paese da un forum cui essa stessa non è stata giudicata abbastanza importante da esservi ammessa!

Nell’immediato, sarebbero molti di più i danni che l’Argentina potrebbe ancora fare alla Spagna e ad altri paesi europei. L’avvertimento è arrivato chiarissimo nel momento in cui Cristina Kirchner ha annunciato la nazionalizzazione, con una nota sulla “necessità” che le imprese straniere con interessi nel paese “reinvestano” in Argentina. Ad esempio, “le telefoniche, qualcuna di loro è spagnola, e di recente ci ha fatto soffrire un black-out e spero che il ministero agisca al riguardo in tempi brevi”. Riferimento a Telefónica. “Anche le banche sono straniere”: Banco Santander Rio e Bbva. Ma c’è pure Endesa, che è controllata dall’Enel, che il 27 aprile dovrà decidere su come pagare i dividendi. La stessa Telecom Italia è di fronte a richieste di “reinvestimento” analoghe. Monti aveva già scritto alla Kirchner, lamentando che le due controllate da Enel corrono il rischio di fallire per l’impossibilità di ritoccare le tariffe.

Proteste sono invece arrivate in campo latinoamericano da Messico e Cile, poiché il primo è nella proprietà della Repsol e il secondo vi era associato. In compenso Hugo Chávez ha subito offerto il pieno appoggio tecnico della venezuelana Pdvsa per rimettere in efficienza la nuova Ypf rinazionalizzata, e la Petrobras dopo un’iniziale preoccupazione per l’iniziativa di una provincia argentina contro una propria concessione accusata a sua volta di “investimento insufficiente” sembra ora essere una delle multinazionali che, secondo quando riferisce Kicillof, starebbero sgomitando per coprire il vuoto lasciato dalla Repsol alle nuove condizioni che il governo argentino vorrà indicare. Tra di esse, la Total e la cinese Petrolchemichal Corp., che sarebbe pronta a investire 10 miliardi.

Secondo un rapporto appena uscito della Banca Mondiale, in questo momento numerosi investitori si stanno buttando sull’America Latina, in fuga dalla crisi europea per un totale che a fine 2012 potrebbe arrivare a 5-6 miliardi di dollari. Il governo del Cile si preoccupa che mosse come la nazionalizzazione dell’Ypf comportino il rischio di far scappare tutti, ma la ressa delle petrolifere lascia intendere che continua a essere valida la vecchia battuta di Lenin secondo la quale “saranno i capitalisti a vendere la corda con cui verranno impiccati”.

Spetterà semmai agli statalisti di varia obbedienza la responsabilità per l’incuria che porterà invariabilmente quella corda a spezzarsi al momento dell’uso...


Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il Foglio, Libero, Liberal, L’Occidentale, Limes, Longitude, Theorema, Risk, Agi Energia. Ha redatto il capitolo sull’Emisfero Occidentale in Nomos & Kaos Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche.
(24/04/2012)

lunedì 23 aprile 2012

L'ARGENTINA RENDE OMAGGIO AGLI ITALIANI CHE LA COSTRUIRONO

11:55 23 APR 2012

(VELINO) Roma, 23 apr. - L'Argentina rende omaggio agli italiani che contribuirono a costruirla. Domani si terra' a Buenos Aires una giornata dedicata all'apporto dato dai nostri connazionali alla crescita della nazione che li ha accolti.
  L'appuntamento e' promosso dalla Fondazione Osde e dal "Consejo argentino para las relaciones internacionales (Cari)", con il patrocinio dell'ambasciata d'Italia e del consolato generale a Buenos Aires. L'iniziativa, che si chiama "Omaggio agli italiani che costruirono l'Argentina", si terra' al teatro Coliseo e verra' trasmessa in diretta nei diversi centri Osde presenti nel paese, tra cui quello di Mendoza. Durante l'evento sara' anche diffuso un video che tratta dell'influenza italiana in Argentina. Il filmato e' stato realizzato dalla nostra ambasciata, da tutti i consolati generali e dalla Fondazione Osde con la collaborazione di tutte le sue filiali e del Cari.
  L'obiettivo e' dare una breve idea dell'apporto dei nostri connazionali nei diversi ambiti che hanno portato l'Argentina dove e' oggi. L'immigrazione italiana e' stata la piu' importante nella nazione sud americana. Tra il 1860 e il 1950, infatti, piu' di tre milioni di italiani (il 52 per cento del totale degli immigrati europei) l'hanno scelta come nuova "casa". Oggi, inoltre, la comunita' italiana residente in forma permanente e' pari a circa 800 mila persone. vel .
 

domenica 22 aprile 2012

Colombia, nasce il movimento che sfida la vecchia politica corrotta

da www.eilmensile.it

20 aprile 2012versione stampabile
Stella Spinelli
Un nuovo movimento sociale e politico sta cercando di farsi spazio nello scenario nazionale, nell’intento di rivoluzionare la maniera di far politica in Colombia. Si chiama Marcha Patriótica e nasce dalla “confluenza di organizzazioni sociali e popolari che hanno deciso di avanzare conformando un movimento il cui obiettivo è rivendicare temi abbandonati dalla politica tradizionale, quali l’educazione, la terra, la democrazia, il lavoro degno e la salute”. A spiegarlo è Andrés Gil dell’Associazione contadina della Valle del fiume Cimitarra, uno dei gruppi più strutturati e determinati del paese, vincitore anche del premio nazionale di Pace 2010. Sarà Gil, infatti, insieme a David Flores – leader degli studenti dell’Università Nazionale – il portavoce della Marcha. “Sono più di 1500 in 26 dipartimenti del paese le associazioni che fanno parte di questo grande movimento – spiega -. Vogliamo sovvertire la tradizione politica del caudillismo. Tutti noi apparteniamo a un collettivo che non vuole avere a che fare con la creazione di singole personalità. Avremo solo dei portavoce che ruoteranno, perché tanti e diversi sono i leader coinvolti”.
La Marcha, che sarà lanciata ufficialmente domani e domenica, ha già ottenuto l’appoggio di personaggi chiave del mondo politico colombiano: si va dalla senatrice Gloria Inés Ramírez del Polo democratico alternativo, alla combattiva Gloria Cuartas, ex sindaco del martoriato Apartadó ed ex senatrice appartenente alla Ong Colombianos y Colombianas por la Paz della quale è leader Piedad Córdoba, fautrice del più costruttivo dei dialoghi mai tentati con le Farc e anche lei strenua sostenitrice del nuovo movimento.
A finanziarlo, una grande “mucca” nazionale – come la definisce Gil – nella quale le distinte delegazioni regionali hanno concentrato i propri sforzi. “Con questo metodo abbiamo racimolato un milione di buoni per un valore di 5mila dollari – spiega – e questo dimostra che unirci per uno stesso fine è la strada per far tornare grandi le nostre lotte. Ci hanno più volte avvertito che per ottenere visibilità occorre molto denaro, ma che sia chiaro che se questo significa scendere a patti con oscuri interessi noi scegliamo di non farci pubblicità”.
Un movimento, questo, che già dimostra di restare indigesto al Governo e quindi all’Esercito. Ancora prima dell’uscita ufficiale, infatti, cominciano a rincorrersi le voci che si tratti di un partito filo-Farc, la tipica accusa che in Colombia si usa per screditare personaggi scomodi e per lasciare libera azione a chi li vuole eliminare. Ad accusare Marcha Patriótica di essere “infiltrata” dalla guerriglia è stato, infatti, il generale Sergio Mantilla, comandante dell’Esercito, che non ha certo perso tempo. E a diffondere questa lettura forzata degli eventi è stata Colombia Estéreo, l’emittente ufficiale dell’Esercito.
“Questo non ci stupisce – precisa Flores – perché ogni volta che c’è un’iniziativa grande e importante che minaccia la politica classica arriva questo tipo di segnalazione. Ma noi colombiani siamo stanchi che tre giorni prima di ogni mobilitazione sociale appaia un computer sequestrato dagli 007 militari nel quale ci sono documenti che ci accusano di quello o di quell’altra cosa. Chiediamo al Governo che questo non accada più e facciamo ricadere su di lui la responsabilità di qualsiasi cosa accadrà ai membri di Marcha Patriótica”. “Invitiamo – aggiunge Gil – il presidente Santos e l’establishment militare a dimostrare quanto stanno affermando, ma li invitiamo anche a conoscerci e a sedersi per ascoltarci”.
L’atteggiamento dell’esercito – secondo quanto denuncia la delegazione Norte de Santader che ha subito direttamente le pesanti accuse della radio militare – dimostra che il suo interesse e quello dello Stato non è altro che azzittire l’immensa moltitudine di colombiani stanchi delle invenzioni per depistarci dalla verità e continuare a governare senza problemi. Ci appelliamo alla comunità internazionale affinché seguano costantemente questa nostra iniziativa, fatta da un popolo che cerca di uscire democraticamente dal conflitto senza che altro sangue venga versato”.
Tra sabato e domenica, dunque, nel centro convegni Gonzalo Jiménez de Quesada di Bogotá, 3.500 delegati di tutto il paese e 100 delegati internazionali si riuniranno per costruire i principi del movimento. Lunedì, invece, si terranno appuntamenti culturali, artistici e politici. “Marceremo fino a piazza de Bolívar dove con allegria, canti e balli battezzeremo questo movimento sociale – spiega Gil -. Ci sarà infatti un gran concerto. Sarà una giornata di festa per dar vita a un movimento che promette di fare una politica diversa”.

sabato 14 aprile 2012

Tensione Argentina-Spagna: gruppo Ypf verso la nazionalizzazione perché Repsol non investe più

da www.ilsole24ore.com
Cristina Fernandez de KirchnerCristina Fernandez de Kirchner

BUENOS AIRES - Tensione alle stelle tra Argentina e Spagna. La disputa è sull'energia e l'oggetto del contendere è Ypf, società energetica argentina ora controllata da Repsol, il primo gruppo energetico spagnolo. Dopo settimane di rumor e indiscrezioni al congresso argentino, da un paio di giorni, circola una bozza di decreto che consentirebbe agli argentini di salire al 50,01% delle azioni Ypf. In altre parole, una nazionalizzazione per un'impresa che il governo di Cristina Fernandez de Kirchner potrebbe dichiarare «di pubblica utilità».

La Ypf, compagnia petrolifera argentina, venne privatizzata dal governo di Carlos Menem nel 1992; e nel 1999 Repsol acquisì il 25% del pacchetto azionario, salito poi al 57 per cento. L'iniziativa della presidenta, di cui si parla da tempo e con relativi alti e bassi delle azioni di Ypf a Buenos Aires e a Wall Street, è dovuta al fatto che, secondo il governo, Repsol non ha effettuato i necessari investimenti nel Paese: nel 2011 l'Argentina ha importato petrolio e gas per 10 miliardi di dollari. Una voragine che potrebbe dilatarsi ancora e raggiungere i 12 miliardi quest'anno, con i relativi problemi per la bilancia dei pagamenti. Accusata di non voler più investire nel Paese, Repsol si è vista ritirare 16 concessioni petrolifere in diverse province.

Da molti giorni è arrivato a Buenos Aires il presidente di Repsol, Antonio Brufau, per trovare una soluzione al problema. Ma per ora non si intravedono vie di uscita, tanto che il governo spagnolo ieri si è spinto a dichiarare l'eventuale nazionalizzazione argentina come un atto di «ostilità contro la Spagna». Ieri è intervenuta la Commissione europea, preoccupata per il caso Ypf. «Speriamo che l'Argentina rispetti gli impegni sulla protezione degli investimenti esteri», ha indicato il portavoce della Commissione che però ha precisato che attualmente la tutela degli investimenti Ue in Argentina non rientra negli accordi in vigore Ue-Mercosur.

mercoledì 11 aprile 2012

Bolivia, passo indietro di Evo Morales per l’autostrada che attraverserà l’Amazzonia

da www.ilfattoquotidiano.it

Il presidente 'indigeno' ha avviato le procedure per annullare il contratto che lega il governo alla società brasiliana a cui era stata affidata l'opera. Secondo La Paz, l'azienda non ha tenuto conto delle raccomandazioni e ha sospeso senza giustificazioni i lavori nei due tratti esterni dell'infrastruttura

Il presidente boliviano Evo Morales

Il controverso progetto di un’autostrada attraverso la foresta amazzonica torna al centro della politica boliviana. Il presidente Evo Morales ha annunciato di aver avviato le procedure per rescindere il contratto che lega il governo di La Paz alla società brasiliana Oas, cui erano stati affidati i lavori. La decisione è stata comunicata quando mancano due settimane alla prevista marcia degli indigeni contro un’infrastruttura che andrebbe a intaccare l’ecosistema amazzonico.

“L’annullamento è dovuto alle inadempienze della Oas” ha spiegato il presidente in conferenza stampa. Secondo la denuncia del governo boliviano, la società brasiliana non ha tenuto conto delle raccomandazioni e ha sospeso senza giustificazioni né autorizzazioni i lavori nei due tratti esterni dell’autostrada. Lo scorso settembre il primo presidente indigeno dell’America Latina fu invece costretto a sospendere la costruzione del tratto centrale del progetto, il più contestato.

Un tratto dei quasi 600 chilometri di autostrada che – assieme a oltre 800 di vie fluviali – dovrebbero collegare Manaus, capitale dello Stato brasiliano di Amazonas, con Manta, porto ecuadoriano sul Pacifico, sarebbero infatti dovuti passare attraverso il parco nazionale Isiboro Secure, più conosciuto con l’acronimo Tipnis, una delle zone più incontaminate dell’Amazzonia boliviana, ricca di biodiversità e abitata da almeno 50 mila indigeni che vivono di caccia, pesca e agricoltura.

A spingere il governo Morales verso il passo indietro furono una lunga marcia di protesta delle comunità amazzoniche nell’agosto scorso e la successiva ondata di manifestazioni in risposta all’irruzione della polizia in un accampamento allestito dagli indigeni lungo il percorso, nella zona di Yucomo nel Nordest del Paese. La durezza dell’intervento degli agenti portò alle dimissioni dell’allora ministro della Difesa, Cecilia Chacón.

Il caso era tornato d’attualità lo scorso gennaio, quando un’altra marcia indigena arrivò nella capitale La Paz, questa volta per sostenere la costruzione dell’autostrada, considerata una priorità per lo sviluppo economico della regione. Lo stesso Morales ha sempre considerato un’opportunità il progetto da 420 milioni di dollari, all’80 per cento finanziato dalla Banca brasiliana per lo Sviluppo economico e sociale. Per i gruppi d’opposizione, la nuova marcia, durata 40 giorni, era in realtà una mossa dei sostenitori del governo.

Ad animare la marcia erano soprattutto coltivatori di coca delle regione di Chapare, vicino a Villa Tunari, culla della carriera politica del presidente iniziata come sindacalista e difensore dei diritti e delle tradizioni dei cocaleros. Gli stessi che, secondo i detrattori, vorrebbero occupare le terre del Tipnis lungo cui corre la strada, per le loro coltivazioni. La protesta contro il progetto era stata un duro colpo per il presidente Morales che ha fatto del rispetto della natura uno dei capisaldi della propria politica ma che negli ultimi anni è stato accusato di favorire gli interessi economici e l’attività delle industrie minerarie. Accuse che hanno minato i rapporti tra Morales e i gruppi che lo sostennero nella campagna elettorale del 2005.

Morales è ancora popolare tra la maggioranza indigena dei quechua e degli aymara nell’occidente andino, ma i nativi dell’Amazzonia non gli perdonano quello che considerano un tradimento dei principi di difesa della Pachamama sanciti dalla Costituzione approvata dalla maggioranza degli elettori a gennaio del 2009. Non è ancora chiaro se la Oas riceverà indennizzi per la rescissione del contratto. Sulla società brasiliana pesano anche le accuse di altre inadempienze con La Paz: una per una strada che collega le città meridionali di Potosì e Tarija e che avrebbe dovuto essere completata entro lo scorso dicembre; l’altra tra Potosì e Uyuni i cui lavori sarebbero dovuti terminare nel 2010. Incerto è anche il destino dell’autostrada amazzonica che sarà deciso dal referendum nelle province orientali di Cochabamba e Beni, fissato a maggio, così come prevede la Costituzione boliviana. Tuttavia, denunciano gli oppositori, prima ancora che la consultazione fosse indetta, i contratti era già stati firmati.

di Andrea Pira

giovedì 5 aprile 2012

Cile, via libera al progetto che ‘sommergerà’ la Patagonia

da www.eilmensile.it

5 aprile 2012versione stampabile

Dura sconfitta per i movimenti ambientalisti cileni. La Corte Suprema, infatti, ha respinto il loro ricorso contro HidroAysen, join venture tra le società energetiche Endesa e Cile Coolbun. Alla base del ricorso degli ambientalisti, un progetto di HidroAyesn che prevede l’inondazione di 6mila ettari di terra in Patagonia.

La decisione della Corte Suprema segue una sentenza dell’ottobre 2011, anche questa favorevole a JidroAysen. Adesso, il progetto è legalemente regolare, l’ultima frontiera è quella politica, con l’ok definitivo del governo cileno che deve ancora arrivare, ma questa appare soltanto come una formalità, al momento.

Così, se ci sarà l’ok del governo, il progetto dovrebbe partire nel 2014 e durare almeno dieci anni. Per HidroAysen si tratta di un progetto che “rappresenta una via sostenibile, affidabile ed ecologica per la produzione di energia”.

mercoledì 28 marzo 2012

Isole Malvinas, sei Nobel per la Pace si appellano a David Cameron

da www.eilmensile.it

28 marzo 2012versione stampabile

Sei premi Nobel per la Pace hanno inviato una lettera al primo ministro britannico, David Cameron, affinché rispetti le risoluzioni delle Nazioni Unite e gli appelli della comunità internazionale a dialogare con l’Argentina per trovare una soluzione pacifica alla disputa sulla sovranità delle isole Malvinas o Falkland, in base alla denominazione inglese. Se così non sarà, precisano i Nobel, “si mette seriamente in pericolo la pace e la convivenza in questa parte del mondo”.

La missiva è datata 27 marzo ed è firmata dall’argentino Adolfo Pérez Esquivel (Nobel nel 1980), dalla guatemalteca Rigoberta Menchú (1992), dal sudafricano Desmond Tutu (1984), dalla nordirlandesa Mairead Corrigan Maguire (1976), dalla statunitense Jody Williams (1997) e dalla iraniana Shirin Ebadi (2003). Tutti chiedono a Cameron che rispetti la risoluzione 2065 che l’Assemblea generale ha approvato il 16 dicembre 1965 e che obbliga la Gran Bretagna e l’Argentina “a proseguire senza ulteriori indugi le negoziazioni raccomandate dal Comitatao speciale della decolonizzazione (…) al fine di trovare una soluzione pacifica alla disputa”, tenendo in conto degli interessi della popolazione delle isole.

Ma dopo che il Regno Unito non rispettò neppure una virgola di questa risoluzione, nel 1973 l’Onu emise un’altra risoluzione, la 3160, riconoscendo “i continui sforzi fatti dal Governo argentino” e insistendo sulla necessità di dialogare. Ma, nonostante ciò, niente è cambiato e dal 1982 in poi l’Assemblea generale Onu e il Comitato speciale per decolonizzazione hanno rinnovato ogni anno l’invito al dialogo. Non solo. Anche la comunità internazionale ha insistito con entrambi i governi affinché si trovasse una soluzione concordata, prima con l’interevento dell’Osa (Organizzazione stati americani), poi con la Comunità degli Stati latinoamericani e del Caribe, quindi con l’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli della Nostra America. Infine è stato chiamato a intervenire il Gruppo dei 77. Alla fine, unico il giudizio: “La mancanza di volontà della Gran Bretagna ha dialogare con un paese democratico e con vocazione di pace pienamente dimostrata come l’Argentina, l’installazione e il mantenimento di una base militare nelle isole Malvinas e la realizzazione di manovre militari aeronavali, stanno mettendo in serio rischio la pace”.

lunedì 5 marzo 2012

Malvinas/Falkland, autodeterminazione o necessità di sfruttamento delle risorse?

da www.eilmensile.it

5 marzo 2012versione stampabile

Trent’anni sono passati dalla guerra che sconvolse la tranquillità dell’arcipelago delle Malvinas e ancora oggi si discute molto animatamente se questo bellissimo angolo di paradiso debba restare sotto controllo britannico o debba tornare ad essere argentino, come prima del 1833.

La questione ha preso molte pieghe nel corso degli ultimi tempi, passando dal fattori legati al colonialismo a quelli economici, fino a giustificare le continue scaramucce fra Londra e Buenos Aires con ipotetici discorsi relativi all’autodeterminazione di un popolo.

Questo è il dilemma. Di quale popolo si parla? Autodeterminazione argentina o britannica? Bel problema. Di fatto, dopo la vittoria di Londra su Buenos Aires nella guerra delle Falkland, gli abitanti dell’arcipelago hanno piena cittadinanza britannica. E secondo ciò che accade da quelle parti negli ultimi mesi sembra proprio che non ne vogliano sapere di cambiare il loro status. Anche nei giorni scorsi, dopo l’arrivo nell’arcipelago delle forze militari britanniche giunte sul posto solo per manovre militari, sono comparse in diversi angoli della capitale Port Stanley bandiere inglesi. Una conferma al fatto che la popolazione locale non ne vuol sapere di tornare ad essere controllata dall’Argentina.

La questione, però è molto complessa e come già detto non passa solo ed esclusivamente dai diritti acquisiti della popolazione locale. Anzi, sembra quasi che entrambe le parti stiano un po’ strumentalizzando i tremila abitanti delle isole.

Il problema è ben altro: l’avidità degli stati per l e risorse naturali presenti nel sottosuolo e sotto il mare: gas naturale e petrolio. Questo è il punto: contano di più 3mila abitanti, il loro diritto alla vita o lo sfruttamento delle risorse? A questo quesito nessuno ha risposto.

Secondo alcuni studi le isole potrebbero nascondere giacimenti di petrolio che variano da un minimo d 300 a un massimo di 450 milioni di barili. Un affare colossale. Il progetto relativo al suo sfruttamento dovrebbe avere inizio ad inizio 2016. In ballo ci sono molti miliardi di dollari. Anche per queste ragioni, anzi soprattutto per questi motivi, che la questione fra Gran Bretagna e Argentina dovrà essere risolta quanto prima.

domenica 26 febbraio 2012

La Paz, manganellate sui disabili

da www.avvenire.it

BOLIVIA

​ Hanno attraversato mezza Bolivia a piedi, afferrandosi alle stampelle, o in sedia a rotelle: 1.400 faticosissimi chilometri per chiedere un sussidio di 431 dollari all’anno. Centinaia di disabili boliviani sono arrivati a La Paz per esigere al governo di Evo Morales più aiuti: per arrivare a fine mese, acquistare medicine, assistere familiari in gravissime condizioni. Ma nella capitale, la “Carovana per l’integrazione” si è scontrata con una reazione agghiacciante.

Nella piazza di Murillo un massiccio cordone di polizia ha impedito ai manifestanti di avvicinarsi al Palazzo Quemado, sede della presidenza boliviana. Un muro di agenti ha bloccato i disabili e in pochi minuti è esplosa la tensione: le terribili immagini della repressione del corteo hanno fatto il giro del mondo, sollevando l’indignazione dell’opinione pubblica.

Alcuni disabili hanno cercato di sfondare la barriera della polizia per avvicinarsi al palazzo governativo, ma gli agenti lo hanno impedito: la stampa locale parla di manganellate, gas lacrimogeni e addirittura scariche di elettricità (con apposite pistole) applicate alle sedie a rotelle. I disabili, a loro volta, avrebbero usato stampelle, pietre e bastoni per rispondere alla polizia. Sotto lo sguardo sconvolto dei passanti, un gruppo di uomini ha deciso di spogliarsi fino alla cinta, mostrando i segni della malattia e delle lesioni. Un manifestante ha abbandonato la sua sedia a rotelle per arrampicarsi con enorme difficoltà su un veicolo antisommossa piazzato di fronte al corteo: ha rotto il parabrezza a pugni. Nel caos, fra grida e lacrimogeni, c’erano anche molte donne: madri con figli cerebrolesi, mogli che accompagnavano mariti semi-paralizzati. Gesti di disperazione e brutalità sono andati avanti per due ore nel cuore di La Paz: alla fine, nella piazza di Murillo, c’erano cinque civili e quattro agenti feriti.

«Queste violenze degradano la democrazia, non risolvono i problemi», lamenta il Difensore civico della Bolivia, Gregorio Lanza. Uno dei portavoce dei disabili, Camilo Bianchi, ha assicurato che non ci saranno più scontri con la polizia («anche loro sono fratelli pagati male»), ma ha annunciato uno “sciopero della fame assoluto”: «Se Evo Morales non ci lascerà entrare in piazza, ci saranno dei sacrifici di disabili». Al centro del braccio di ferro con il presidente c’è l’assegno che il governo di sinistra – principale alleato dell’esecutivo venezuelano di Hugo Chavez – ha approvato per uno dei settori più penalizzati della società: 143 dollari annuali, ovvero 40 centesimi di dollaro al giorno. Una delle manifestanti – mamma di un tredicenne con paralisi cerebrale – ha assicurato che nel suo caso la spesa mensile per i farmaci sfiora i 600 dollari. Nel 2008 Morales annunciò la creazione di un fondo a sostengo dei disabili che oggi dovrebbe essere dotato di 23 milioni di dollari: il governo prevede la concessione soltanto del 10 per cento di quella somma, denunciano. Nessuna elemosina, avvertono gli interessati: il sussidio concesso ai detenuti in carcere è superiore a quello per i disabili.

«Sono dei violenti» e degli «irrazionali», accusano le autorità boliviane: la maggior parte dei feriti di La Paz sono poliziotti, sottolinea il governo. Ma la vicenda è destinata a creare un grave imbarazzo nell’esecutivo di Morales, che negli ultimi tempi ha perso alleati politici e sostegno sociale.

Michela Coricelli

© riproduzione riservata

“Senza Fmi si sta meglio”, tutte le balle sull’Argentina

da www.linkiesta.it

Ginevra Visconti

L’adagio è che dopo il default del 2011, l’Argentina sia ripartita. Ma la tragedia ferroviaria di Buenos Aires è il simbolo di un paese che vive in una costante instabilità e insicurezza. La cattiva amministrazione si vede dal sistema ferroviario come quello aereo. Il divario fra ricchi e poveri è in aumento, mentre l’Argentina in pochi anni è stata costretta a passare da paese esportatore a importatore di energia, pur avendo tra le maggiori riserve di gas e petrolio del mondo.

Tifosa argentina a Buenos Aires (Afp)

Tifosa argentina a Buenos Aires (Afp)

25 febbraio 2012 - 18:50

BUENOS AIRES - “Dopo la grande crisi del 2001, l’Argentina è ripartita come un treno”, si sentenzia superficialmente. La metafora oggi casca a pennello, perché la tragedia ferroviaria di mercoledì scorso a Buenos Aires, rivela la vera faccia del paese: un treno senza freni, che viaggia su binari precari e, come dicono gli argentini stessi, “atado con alambre” (tenuto insieme con il fil di ferro). Le Ferrovie Argentine diventano così il simbolo di un paese che, nonostante le apparenze, vive in una costante instabilità e insicurezza. Così, in una limpida e soleggiata mattinata estiva, un treno sovraccaricato di 1500 pendolari entra nell’ora di punta nella centralissima stazione di Once e, per cause ancora incerte, non frena e si schianta.

Un’altra tragedia annunciata, probabilmente. Lo stato deplorabile delle ferrovie argentine desta qualche sospetto e gli argentini un’altra volta si chiedono “quién se hace cargo?” (“chi si assume la responsabilità?”). Cercano le risposte su Facebook, su Twitter, nei blog, più “autentici” della stampa locale. Intanto i responsabili della compagnia Treni di Buenos Aires (TBA) non escludono «l’ errore umano», sostenendo che il treno fosse in buone condizioni, mentre il macchinista, in gravi condizioni, aveva, in una breve dichiarazione, affermato che i freni non funzionavano. La verità tarderà a venir fuori. Non è la prima volta che succede. È una nota tradizione argentina di scaricare le colpe sui più deboli. L’accaduto fa ripensare all’incidente aereo della linea aerea Lapa del 1999 e all’incendio nella discoteca República Cromagnon, che nel 2004, provocò la morte di 194 persone e più di 700 feriti. Il primo, in particolare, mise a nudo l’insicurezza del sistema aeronautico civile argentino: il risultato ufficiale delle indagini aveva attribuito l’incidente a un errore dei piloti. Solo dopo anni, anche grazie al lungo lavoro del pilota e regista Enrique Piñeyro, si arrivò alla conclusione che l’incidente fu causato dalla mancanza di controlli da parte dell’autorità aereonautica, che aveva permesso che l’aereo volasse senza i requisiti di sicurezza necessari.

Oggi, nell’unico aeroporto internazionale del paese, Ezeiza, a pochi chilometri da Buenos Aires, i voli atterrano con controllo manuale per mancanza di radar. Commissionati ad aziende argentine, e regolarmente pagati, i radar non sono mai arrivati. Per questa ragione anche il traffico illecito di droga è fuori controllo: ci sono aerei che entrano ed escono dallo spazio aereo senza essere visti facendo dell’Argentina un importante snodo del commercio internazionale.

Ma tornando alla tragedia di mercoledì, «era meglio se fosse successo ieri, che era un giorno di festa e ci sarebbero stati meno morti», è stata la prima dichiarazione del sottosegretario ai trasporti Juan Pablo Schiavi. Il giorno prima nessuno era andato a lavorare grazie a una nuova festività introdotta dal governo attuale (i giorni festivi in Argentina arrivano così a 17, un record a livello mondiale, in un paese con un costo del lavoro ormai alto). Festività o destino a parte, non si può nascondere che, quello di Once entra prepotentemente tra gli incidenti ferroviari con più morti nella storia. Dal 2010 a oggi se ne contano dieci, in Argentina. È evidente che non può trattarsi di sola sfortuna.

La presidentessa Cristina Kirchner intanto continua a pensare al finanziamento del “Tren Bala”, super veloce, dal costo iperbolico, che mai si farà. È proprio questa dicotomia che spiega l’Argentina: vivere nel mondo virtuale dei desideri, dei sogni e non occuparsi del presente.
Dieci milioni di persone ogni mese transitano in condizioni disagiate sulla linea ferroviaria Sarmiento. Il treno è uno dei mezzi di trasporto più utilizzati nella provincia di Buenos Aires, nonostante le condizioni intollerabili d’igiene, i furti e scippi ricorrenti. I treni, così come i “colectivos”, (gli ingombranti e rumorosissimi autobus gremiti di persone che circolano dappertutto), subiscono guasti e ritardi continui causando enormi difficoltà al traffico e a chi lavora nella capitale. Ma usare l’automobile porta a un destino ancora più incerto. La sicurezza stradale è un altro tasto dolente del paese e non solo per le condizioni preoccupanti in cui versano alcuni mezzi di trasporto, e la maggioranza delle strade. In Argentina nel 2011 sono morte 7mila 500 persone sulle strade, una media di 20 persone al giorno. La superficiale conoscenza delle regole e la trascuratezza nel rispettarle non aiuta a ridurre le statistiche. Guidare per le strade argentine, rimane una vera roulette russa.

La vera insicurezza dell’Argentina insomma sta soprattutto nell’imperizia e nel pressapochismo. A Once 50 persone hanno perso la vita, 700 sono rimaste ferite, di cui 200 in gravi condizioni. «È una questione del governo, non siamo autorizzati a rilasciare dichiarazioni», ha detto un funzionario del ministero dei trasporti interpellato da Linkiesta. Anche a questo gli argentini sono addestrati. Sanno che alla fine il governo manderà avanti qualcuno a metterci la faccia. Intanto i feriti saturano gli ospedali della capitale. C’è solo da augurarsi che non vengano a servire proprio quelle medicine che, da un mese a questa parte, hanno subito la restrizione alle importazioni, sommandosi così alla lunga lista di prodotti che ormai in Argentina non circolano più.

La drastica politica di restrizione alle importazioni messa in atto da Guillermo Moreno, il potente ministro del commercio, ha bloccato le importazioni con il solo fine di ridurre il deficit commerciale argentino, che sta provocando un drenaggio asfissiante delle riserve in dollari del Banco Central. Oggi in Argentina si può importare solo ed esclusivamente con una “Declaración Jurada Anticipada”, che è un’autorizzazione non automatica del ministro, il quale autorizza l’importazione del materiale solo se l’azienda importatrice può dimostrare che esporta un volume significativo di prodotti, eventualmente compensando l’importazione di un prodotto con l’esportazione di un altro di manifattura locale. Un sistema protezionista che ha costretto imprese come Porsche a chiedere al governo l’autorizzazione per importare le sue Boxster, Cayman, Cayenne in cambio di un’ingente esportazione di bottiglie di vino delle prestigiose cantine locali. La meno fortunata casa automobilistica Bmw invece, ha visto clamorosamente cadere il suo fatturato di più del 70% per mancanza di prodotto.

In questo stato di cose, a causa della politica di sussidi dello stato e della penalizzazione delle compagnie petrolifere e produttrici, l’Argentina in pochi anni è stata costretta a passare da paese esportatore a importatore di energia, pur avendo tra le maggiori riserve di gas e petrolio del mondo.

Quella che viaggia ad alta velocità, senza controllo, è l’inflazione, che, strettamente legata alla questione energetica, sta danneggiando seriamente e subdolamente il paese con un importante cambio di comportamento dei consumi. A ciò si somma l’impossibilità di comprare dollari imposta dall’Amministrazione Federale (Afip), che penalizza non solo i singoli, che non possono comprare per uso privato la moneta statunitense, (necessario in un paese in cui la svalutazione è sempre dietro l’angolo), ma anche imprese come per esempio Ypf che non possono pagare l’importazione di benzina.

Tifosi dell’Argentina (Afp)

Ma il treno instabile dell’Argentina deraglia soprattutto sui valori. L’Argentina è un paese apparentemente profondamente cattolico, ma con ideali di riferimento traballanti. Modelle e calciatori facoltosi rimangono gli idoli nazionali, non importa qual sia il loro profilo etico.
Senza addentrarsi nella situazione politica, è sufficiente riflettere sul fatto che in Argentina il voto per i cittadini è obbligatorio e chi non vota è soggetto a multe e condanne penali. Ciò dimostra che la democrazia, pur avendo fatto passi avanti infiniti rispetto alla dittatura militare, è ancora poco radicata nel Dna del paese. Molti sono pagati per andare a votare, così come il milione di disoccupati che sono pagati dallo stato peronista non per lavorare ma per fare invece i famosi “piquetes” (scioperi dei lavoratori disoccupati).

Il governo sostiene un modello che incentiva con sussidi le famiglie povere ad avere bambini, ma senza sposarsi per via del sistema di aiuti sociali. Tramite i sussidi per molti è più conveniente non lavorare che lavorare. In questo modo il sistema peronista kirchnerista li convince a essere dalla loro parte.

È così che l’imperante scissione tra la borghesia terriera e le famiglie povere si va allargando. La prima, conscia del passato (e presente) incerto del paese, continua a tenere i capitali all’estero, (non pagando quindi le tasse in Argentina) producendo livelli di nero che fanno imbarazzare persino il nostro Paese. Per contrasto il resto della popolazione vive, oramai da molti decenni, soggiogato da un livello di populismo sconfinato, che crede nelle “soluzioni facili”, ma che poi finisce, così com’è successo nel 2001, schiantandosi, come un treno appunto.